“Di salmi e giudizi” (di Oriol Junqueras)

“Di Salmi e di Giudizi”
di Oriol Junqueras*

La quinta ‘sefirah’ della cabala ebraica è chiamata ‘Gevurah’ o ‘Din’, che si potrebbe tradurre, rispettivamente, come “la capacità di emettere un giudizio rigoroso” o “giudizio rigoroso”.

La cabala “moderna” nasce in Catalogna e Occitania, approssimativamente nel XII secolo. E presenta un certo parallelismo mistico, e forse gnostico, con quello che, a quel tempo e in quelle terre, i catari rappresentavano nel mondo cristiano.

Un certo parallelismo che ha un precedente molto suggestivo nella coincidenza temporale e spaziale tra lo gnosticismo ebraico e cristiano del I e II secolo dopo Cristo e che brilla, in un caso e nell’altro, ad Alessandria.

Lo gnosticismo è il risultato della ricerca di una verità segreta o occulta dietro il testo sacro. Una verità che non è evidente nella lettura letterale del testo. Una specie di verità alternativa che richiede un processo di iniziazione per accedere ad una rivelazione nascosta agli occhi della maggior parte dei credenti e che il Signore riserva solo a pochi eletti, che godono di un rapporto più intimo e diretto con Dio.

L’Antico Testamento si divide in tre grandi blocchi: il Pentateuco, i libri profetici e gli Scritti. Questo terzo blocco inizia con i Salmi, che costituiscono una sorta di interpellanza diretta al Signore: parlare a Dio senza intermediazione. Letteralmente (o, almeno, quasi letteralmente) parlarci a tu per tu. È, forse, uno dei momenti più umani dell’Antico Testamento, dove la figura di Dio è più vicina. Fino al punto che, quando si leggono i Salmi, si trovano rimproverate esplicitamente al Signore le sue debolezze.

Forse è per questa stessa vicinanza che, nel Nuovo Testamento, i Salmi sono la parte più citata del Vecchio Testamento. In particolare, attraverso i suoi evangelisti, Gesù cita i Salmi circa 200 volte. Il doppio delle citazioni che fa di tutto il resto del Vecchio Testamento.

Pertanto, i Salmi costituiscono uno dei fondamentali anelli di congiunzione tra ebraismo e cristianesimo. Sono così importanti che i cristiani hanno avuto un interesse speciale a cristianizzare i Salmi. E lo hanno fatto fondamentalmente attraverso due strade: considerando che il salmista si rivolgesse a Gesù (e non direttamente al Padre), oppure interpretando che i Salmi fossero la voce della Chiesa che si unisce a Cristo per rivolgersi al Padre.

Ed è così che dobbiamo interpretare che i primi cristiani “titolassero” i Salmi con queste due intestazioni: “Voce della Chiesa in Cristo” o “Voce di Cristo al Padre”

Il Salmo quindicesimo della Bibbia ebraica (XIV del Salterio cristiano), intitolato “l’ospite del Signore”, descrive come un “giudizio rigoroso” il senso della giustizia. In realtà, questo Salmo è la risposta a una domanda non esplicitamente formulata; è la risposta alla domanda: come dovrebbe essere una persona per essere considerata giusta agli occhi di Dio? In particolare, il salmista dice così:

“Signore, chi abiterà nella tua tenda?

Chi dimorerà sul tuo santo monte?

Colui che cammina senza colpa,

agisce con giustizia e parla lealmente,

non dice calunnia con la lingua,

non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulto al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.

Anche se giura a suo danno, non cambia;

presta denaro senza fare usura,

e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre”.

Forse, uno dei modi più intensi per esprimere la verità cristiana in un giudizio rigoroso è che “con l’Incarnazione, il Signore ha piantato la sua tenda tra gli uomini; con la rettitudine della vita, l’uomo pianta la sua tenda vicino al Signore”. Una verità che può essere perfettamente condivisa dai non credenti perché, probabilmente, la cosa più importante non è che scegliamo una vita di rettitudine perché amiamo il Signore (in realtà, milioni di persone fanno del bene senza essere credenti), ma che Dio ci ama quando facciamo del bene (indipendentemente se crediamo in Lui o no).

In altre parole, Dio ama la nostra bontà (e anche le nostre debolezze) senza esigere che noi crediamo in Lui.

Tra le altre ragioni, c’è quella che – se non fosse così – che merito avrebbe la sua misericordia?

Mi auguro che il “giudizio” espresso in questa domanda sia abbastanza “retto” per essere accolto nel Din cabalistico.

*Ex vice presidente della Catalogna

Fonte originale: https://elmati.cat/de-salms-i-de-judicis/

Traduzione di Carla Signorile

Una risposta

  1. Pere Pau Pi

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