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Il ruolo di due artiste (Tiziana Fantini ed Eva Tea, amica e testimone privilegiata la prima, insegnante appassionata la seconda) nella conversione di don Lorenzo Milani è messo in luce nell’ultimo libro di Valentina Alberici, “Don  Lorenzo Milani, l’artista che trovò Dio”.

Alberici racconta gli anni della giovinezza di  Don Lorenzo Milani, che  diventò prete grazie all’arte:  la sua trasformazione da “artista bohèmien” a prete e maestro è dalla scrittrice  raccontata nel testo succitato,  edito da Paoline in occasione del cinquantenario della morte del priore di Barbiana (26 giugno 1967), sulla cui tomba si recherà  a pregare papa Francesco  il prossimo  20 giugno.

L’autrice è nata a Piacenza nel 1968,  vive a Parma e scrive su tematiche di ambito storico-artistico: le siamo grati perché,  per questo lavoro su don Milani,  ha raccolto varie testimonianze di grande interesse, come quella dei familiari di Tiziana Fantini, amica di Lorenzo della quale già si parlava nella famosa biografia di Neera Fallaci ma di cui, ai tempi, non si conosceva l’identità.

Con Tiziana, compagna di corso di Lorenzo all’Accademia di Brera dove si erano entrambi iscritti nel 1941, Lorenzo si vedeva ogni giorno a lezione e spesso trascorrevano il pomeriggio insieme nello studio oppure in giro per Milano alla ricerca di opere d’arte da studiare, in particolare opere di arte sacra. Fu in una di questa occasioni che, in una chiesa, Lorenzo confidò all’amica: “Io mi farò prete”: una confidenza così intima rivela quanto quella donna, insieme ad un’altra, Eva Tea,  di cui scriverò tra poco,  fu centrale nel cammino di conversione di Milani, ridimensionandone così una interpretazione individualistica e/o maschilista.

Nella  famiglia Milani, religiosamente agnostica,  ci si limitava a considerare la ricerca di Lorenzo come  una aspirazione verso l’arte:  invece,  si trattava sin da allora  di una ferma volontà di fede religiosa. Già Hans-Joachim Staude, primo e raffinato maestro di pittura di Lorenzo – persona stimatissima a Firenze tanto da essere scelto come insegnante di tedesco dalla principessa Maria José di Savoia – aveva insegnato al giovane Milani non solo le regole essenziali della pittura, ma anche quella determinazione nel cercare sempre la propria strada senza compromessi. A questo  suo maestro, Lorenzo spiegherà così i motivi che lo avevano convinto ad entrare in seminario: “ E’ tutta colpa tua! Tu hai parlato di cercare sempre l’essenziale, … di vedere le cose nella loro unità, dove ogni parte dipende dall’altra…”  E se Staude intendeva fare diventare sacra la realtà come ci circonda, rappresentare un individuo con la stessa profondità con la quale Giotto rappresentava un santo, perché il “santo” è in tutti noi, Lorenzo traslerà questo concetto in un ambito completamente diverso dall’arte.

La conversione di don Milani e la sua decisione di entrare in seminario non furono dunque eventi improvvisi, ma si collocano all’interno di un lungo percorso interiore iniziato grazie all’arte e, in particolare, all’arte sacra e alla liturgia. Da ragazzo tormentato da un senso di vuoto e di insoddisfazione in cerca di una ragione assoluta per cui vivere, Lorenzo si trasformò in un ragazzo molto felice  lanciato verso il traguardo del sacerdozio.

L’incontro con la professoressa Eva Tea, collaboratrice della scuola Beato Angelico di Milano oltre che insegnante a Brera, schiuse al giovane Milani la bellezza dell’arte sacra e Lorenzo visse con grande coinvolgimento la “suprema occasione” offerta ai cinque sensi dalla liturgia: quella, cioè, di entrare in intimità col divino. Fu proprio Eva Tea, una donna profondamente cristiana, di quelle che trasmettono gioia, serenità e interesse per la materia insegnata,  a fare breccia per prima, nel cammino verso la conversione di Lorenzo. Perché la bellezza e la contemplazione hanno un ruolo fondamentale nel suscitare il sentimento religioso.; secondo Eva Tea, il Cristo è maestro di quanto l’umanità produsse di bello e di alto, e l’arte ne è, volente o nolente, rivelatrice inconsapevole.

Dopo il brusco abbandono dell’Accademia  – episodio di cui la Fantini fu testimone diretta e che rivela il carattere difficile del giovane Milani – Lorenzo continuò a girare per le chiese di Milano in compagnia di Tiziana per approfondire vari aspetti dell’arte sacra.

“Schierarsi” sarà una delle parole d’ordine del prete Milani, così come costituirà un imperativo del movimento di Corrente così vicino allo stile del futuro don Milani: dolore e mistero vanno travolti in una volontà di lotta. Il giovane Lorenzo  frequentava questi artisti  ai tempi di Brera, ma ad un certo punto, mentre questi artisti ragionavano sulla pittura «come grido espressivo e manifestazione di collera, di amore, di giustizia, sugli angoli delle strade e sulle cantonate delle piazze» (sono parole di Guttuso riportate dall’autrice), Lorenzo, nelle strade,«sperimentò direttamente – sulla sua pelle di pittore – la collera che nasce dall’ingiustizia» e questa esperienza lo segnò per sempre, anche da prete e maestro. Come disse papa Francesco nel suo video-messaggio del 23 aprile 2017, in occasione  di un evento per i 50 anni dalla morte del sacerdote di Barbiana, la sua inquietudine   era frutto di amore e tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per ridarli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la società e per la scuola che sognava sempre più come “un ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati.

Chiudono il volume di Alberici due lettere di don Milani considerate “capolavori”: la Lettera ai giudici e Un muro di foglio e di incenso. Impressionano infine alcuni documenti riprodotti nel libro relativi alla domanda di “discriminazione” inoltrata nel 1938 dalla mamma di Lorenzo, di origine ebrea. Nel vergognoso periodo delle leggi razziali, rincuora sapere che una amica dei Milani abbia preso carta e penna per scrivere una lettera a sostegno della mamma di Lorenzo perché “la brava gente è tale in tutte le razze”.

ANNA ROTUNDO

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