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“È un momento duro, cruciale, delicatissimo. Speriamo che si arrivi presto ad una soluzione”. Ancora in ospedale per il Covid, mons. Raphaël François Minassian, arcivescovo per gli armeni dell’Europa dell’Est, segue con attenzione l’evolversi degli eventi sul fronte del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Il vescovo è molto cauto alla notizia – annunciata dal presidente russo Putin – di un accordo raggiunto tra i due Paesi per un totale cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, lo ha definito un “accordo doloroso”.

Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, lo aveva invece presentato come “una capitolazione” da parte dell’Armenia. Per questo, da Yerevan arrivano notizie preoccupanti: secondo l’Afp, una folla di manifestanti ha invaso la sede del governo armeno saccheggiando gli uffici e frantumando i vetri delle finestre in protesta contro l’intesa appena firmata. Al telefono il vescovo parla di “divisioni interne e pressioni” e del rischio di “una falsa propaganda”. “Lancio a tutta la Nazione un appello all’unità”, dice. “Che si mettano da parte interessi ed egoismi perché uccidono ogni aspirazione di pace, ogni possibilità di futuro”. Il vescovo ricorda a questo proposito l’appello lanciato il 2 novembre da Papa Francesco che ha chiesto alle parti interessate di impegnarsi a fermare “lo spargimento di sangue innocente”. “Bisogna pensare al popolo”, incalza mons. Minassian. “Rispettare il popolo significa anche dare al popolo il diritto sul suo territorio. Senza il rispetto di questo diritto e per ogni essere umano, tutti gli sforzi sono inutili. Il rischio è di preparare ancora una volta la strada di un genocidio. Purtroppo, anche l’Armenia ha un ruolo essenziale da giocare per allontanare questa possibilità. Per questo è un momento cruciale, delicatissimo. In chiesa, a casa, dappertutto si alzano preghiere. Ma non basta”.


In un video messaggio, anche il Catholicos di tutti gli armeni Karekin II ha lanciato un appello all’unità e alla saggezza nazionale. “Chiediamo di mantenere la calma, di non cedere a manifestazioni inutili, di astenersi dalla violenza e dalle rivolte. L’attuale crisi deve essere risolta attraverso gli sforzi congiunti delle forze politico-militari dell’Armenia e dell’Artsakh”. Tutti, in questo momento, sono chiamati a “trovare insieme soluzioni per il bene dell’Artsakh e dell’Armenia, per il bene del nostro popolo”. Il Catholicos ha poi chiesto alle autorità dell’Armenia e dell’Artsakh di “fornire immediatamente spiegazioni solide e complete” sulle “decisioni prese e sul loro impatto sul futuro della nostra patria”.


La guerra è ricominciata il 27 settembre scorso con l’acuirsi di un conflitto che in realtà dagli anni ’90 è rimasto soltanto congelato ma mai risolto per il controllo del Nagorno-Karabakh. Da settembre, senza tregua, ogni giorno si sono susseguiti bombardamenti che hanno fatto vittime purtroppo anche tra i civili.  Domenica scorsa, il presidente azero Aliyev ha annunciato la conquista di Shushi, la seconda città del Nagorno-Karabakh, la cui posizione è fondamentale per i rifornimenti dell’Armenia. Questa domenica “sarà ricordata nella storia come il giorno della vittoria gloriosa”, aveva detto Aliyev, aggiungendo che avrebbe continuato a combattere finché tutto il Nagorno-Karabakh non fosse stato conquistato. Il premier armeno, invece, ha voluto subito chiarire che “non esiste sconfitta finché non ti consideri sconfitto. E noi non ci sentiremo sconfitti”. Ha poi aggiunto di aver firmato in seguito alle insistenze dell’esercito. A Yerevan intanto dopo i disordini nella notte, questa mattina la polizia è riuscita a riprendere il controllo nella sede del governo. (SIR)

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