Al Sinodo un difetto di metodo – di padre Giuseppe Tagliareni

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Inizia a collaborare con La Fede Quotidiana padre Giuseppe Tagliareni. classe 1943, laureato in Medicina a Palermo nel 1968, ordinato sacerdote nel 1976 a Torino. Padre Tagliareni è impegnato da circa un trentennio nella cura pastorale delle persone oppresse da cause malefiche e, quindi, dall’influsso, diretto o indiretto, del demonio. Fondatore dell’Opera della Divina Consolazione, è parroco, valente predicatore, presbitero di intensa orazione che vive il carisma della consolazione degli afflitti.

 

Il Sinodo per la famiglia è terminato. La relazione finale è stata consegnata al Papa, che ne farà oggetto di ponderata riflessione, da cui scaturirà un suo documento magisteriale per tutta la Chiesa cattolica. Egli è colui che conferma i suoi fratelli nella fede, come Gesù disse a Pietro nel contesto dell’Ultima Cena (cfr. Lc 22,32): compito petrino che trapassa nei successori del primo Papa. Non si prevedono stravolgimenti della dottrina tradizionale, già esposta mirabilmente nella “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II (anno 1981) e in altri documenti magisteriali più antichi, ma nuovi orientamenti pastorali più idonei ai tempi e ai problemi di oggi. Il Vangelo non si può cambiare né togliere l’indissolubilità del matrimonio, ma vi sono emergenze come le crescenti crisi matrimoniali, le separazioni, le unioni omosessuali, le convivenze, i single e ancora lo smarrimento esistenziale di tanti giovani: cose che interpellano fortemente i Pastori d’anime.

Per questo il Papa ha voluto interpellare due volte in due anni i suoi confratelli vescovi, radunati prima nel Sinodo straordinario del 2014 e poi in quello dell’ottobre di quest’anno. Si sa che vi sono tensioni nell’episcopato e orientamenti diversi. A parte le influenze culturali dei diversi continenti, vi sono differenti approcci di metodo, che portano a conclusioni opposte. In sintesi, c’è chi afferma l’assoluta fedeltà alla dottrina tradizionale (fedeltà coniugale, indissolubilità, santità del sacramento del matrimonio); c’è che invoca maggior attenzione alla persona concreta, alla sua situazione unica, all’incarnazione del dogma nella storia. I primi, “Tradizionalisti”, sono accusati di essere legati a “principi astratti” e così di porsi fuori della concretezza esistenziale di tanti soggetti che non vivono secondo quei principi; i secondi, “Modernisti”, sono accusati di cadere nel “caso per caso”, di rinnegare i principi, di lasciare che ognuno si diriga da sé in piena libertà di coscienza, senza una regola esterna che lo garantisca dall’errore.

In verità, dicono i commentatori del documento finale del Sinodo, il testo consegnato al Papa contiene i due orientamenti differenti, per cui a volte è oscuro e indeterminato, in modo da accontentare entrambe le parti, ognuna delle quali vi legge quello che vuole. Così è avvenuto purtroppo anche con i documenti del Concilio Vaticano II: ottimi per tanti meriti, ma a volte oscuri e suscettibili di diversa interpretazione. C’è chi, come la “Scuola di Bologna” asserisce che quei documenti si devono leggere nello “spirito del Concilio”: spirito di adattamento ai nuovi tempi, altrimenti si rischia di ripetere il passato e di tagliare fuori dalla chiesa intere categorie di persone. Altri invece, ribadiscono che la dottrina non può cambiare, perché ne va della fedeltà al dogma, al deposito della fede trasmessoci da tutta la Tradizione che nasce da Gesù e dal Vangelo. Come si vede, la questione è grave e spiega tutte le tensioni all’interno della Chiesa di oggi, sia nella dottrina che nella pastorale.

Noi crediamo che vi è un difetto di metodo. Se non si trova quello giusto, si rischia o di perdere la persona o di sacrificare la dottrina. Il problema non è quello di modificare la dottrina (ad esempio allargando e moltiplicando le cause di nullità matrimoniale) al fine di potervi fare rientrare anche tutti coloro che di fatto la contraddicono; né quello di tranquillizzare le persone che pur si trovano in situazioni matrimoniali irregolari e pretendono i Sacramenti. Tutti i Padri sinodali sono d’accordo sulla indissolubilità del matrimonio e della santità dei Sacramenti, così pure tutti sono d’accordo nel volere salvare le persone che si accostano alla Chiesa, anche se in situazioni ben lontane dai sacri canoni. Non c’è né da cambiare i canoni né da sacrificare le persone, ma da salvare le anime così come fece Gesù. E’ per questo che è venuto ed ha formato la sua Chiesa, a cui ha dato tutti i mezzi di salvezza: la Parola di Dio che è luce, la grazia santificante che è la vita nuova, il perdono dei peccati per chi si converte, l’Eucaristia per chi vuole vivere da figli di Dio, il sacramento del matrimonio per santificare il coniugio umano.

Fatta l’evangelizzazione, che richiede l’annunzio da parte degli Apostoli e la conversione da parte dei peccatori, si inizia la vita cristiana, seguendo Gesù dentro la sua Chiesa, ognuno nel posto assegnatogli da Dio: gli sposati come coniugi cristiani, i celibi come vergini, i consacrati come religiosi, i vedovi come vedovi, i figli come figli, etc. Ad ognuno si propone la sequela di Cristo e un compito preciso da realizzare nella vita. Chi si sposa ha il compito di edificare una famiglia come Dio comanda. Questa ha delle caratteristiche sue proprie, che i coniugi devono saper concretizzare nella loro vita, altrimenti non fanno una famiglia cristiana. Queste caratteristiche sono chiarite dalla dottrina e sono: la dualità uomo/donna, l’unità e l’indissolubilità dei coniugi (= stabilità del vincolo), la fedeltà reciproca, l’apertura alla vita, l’accettazione e l’educazione della prole, il Sacramento del matrimonio. Senza queste cose, non si ha un matrimonio cristiano, ma altro.

E’ ovvio che tutti i principi sono astratti e che la concretezza è solo nell’esistenza; ma questa va organizzata da una forma dinamica che può essere cristiana o anti-cristiana. Chi, ad esempio, sceglie di divorziare e di andare a nuove nozze (vedi Enrico VIII d’Inghilterra), sceglie di mettere in atto una “forma” di vita non confacente al Vangelo, anche se dettata da motivi dinastici o passionali o d’interesse economico o di non intesa col primo coniuge. Chi rompe le nozze legittime, si mette fuori dalla via di Cristo e perde la sua grazia santificante, la cosa più preziosa che esiste e va incontro al giudizio di condanna, perché sebbene Dio ci dà libertà di agire, tuttavia non giustifica mai l’adulterio. La concretezza dinamica è solo nell’esistenza, ma questa va informata dalla parola di Dio, il Vangelo di Gesù Cristo, come la Chiesa ci insegna. Tocca poi ai coniugi incarnarla nelle loro condizioni di vita. Ma se i coniugi vivono in adulterio, non stanno incarnando la parola di Dio, ma quella di qualcun altro.

In verità, oggi molti hanno perso completamente la fede o l’adesione a Cristo o vorrebbero un Cristo che non li scomodi né chieda loro di convertirsi e di lasciare il peccato. L’aiuto di cui hanno bisogno non è l’Eucaristia ma la Penitenza vera ed efficace, sicché possano dire di seguire Cristo. L’approccio pastorale giusto è quello di far sentire loro il cuore di Cristo che li chiama a lasciare il peccato e a volere entrare nel suo Regno; non fanno il loro bene quei pastori che dicono loro: “Restate pure nel peccato, poiché Dio vede la vostra difficoltà e la situazione vostra si è fatta irreversibile; Egli perciò vi perdonerà. Siete liberi di accostarvi all’Eucaristia”. Né fa il loro bene chi gli dice: “Voi non siete nel peccato, se siete convinti di aver fatto una cosa giusta a separarvi dal primo coniuge; la vostra buona coscienza ve lo dice!”. No, Dio non muta sentenza. E’ necessario che chi è sposato lo sappia. La posta in gioco non è la tranquillità ma la salvezza eterna! Chi si sposa ha da realizzare una cosa grande, che si chiama famiglia cristiana: cellula base della società e della Chiesa. S. Paolo aggiunge che negli sposi si realizza il legame che c’è tra Cristo e la Chiesa.

Quanto è grande, dunque, il progetto divino sull’umano coniugio! Per questo tutte le forze del male si scatenano contro la famiglia e il matrimonio. La Madonna lo ha rivelato a Medjugorje: Il demonio attacca le famiglie e distrugge i matrimoni. Egli è mosso dal livore contro Dio, che ha fatto gli uomini simili a sé nel dare la vita ai figli e poi nel portarli a Dio mediante il Battesimo e la santa religione. Egli semina discordie, lotte, invidie, gelosie, separazioni, amori adulterini, divorzi, contraccezione, abusi sessuali, omosessualità, nozze gay, inseminazione, uteri in affitto, adozioni a persone incapaci di essere padre e madre. E le leggi civili danno il via libera. E tutti si credono così di essere larghi di vedute e moderni e tacciano di oscurantismo, fanatismo e cecità coloro che non si lasciano sedurre a battere le mani al peccato come fanno tutti. Così va il mondo che non conosce Dio: essi non sanno che quel che è esaltato tra gli uomini è abominio presso Dio.

Padre Giuseppe Tagliareni

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