Rosario Livatino: giurista cattolico, santo, martire della giustizia e della fede | lafedequotidiana.it

Rosario Livatino: giurista cattolico, santo, martire della giustizia e della fede

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Il presente articolo, dell’avvocato Cesare Augusto Placanica***, rappresenta un contributo divulgativo della  figura del Giudice Rosario Livatino. In esso l’autore intende offrire al lettore brevi spunti sulla sua eroica vicenda umana, ma anche ripercorrere, attraverso i suoi scritti, il suo pensiero, che è ancora attuale, soprattutto per quanto concerne il ruolo del giurista nella società, il rapporto tra l’uomo di fede e la professione giuridica, il  valore delle professioni giuridiche in una società in cambiamento. Egli ha inoltre dimostrato che la lotta alla mafia è di particolare importanza nel nostro paese,  ma anche nel resto del mondo occidentale,  per la normale funzionalità politica delle istituzioni e per il corretto esplicarsi della vita sociale.

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ROSARIO LIVATINO nacque a Canicattì (Ag), il 3 ottobre 1952 da Vincenzo e Rosalia Corbo. Studente modello fin dalle scuole elementari, concluse tutte le scuole con il massimo dei voti. Dopo il Liceo Classico si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo dove il 9 luglio del 1975, all’età di 22 anni conseguì la laurea,  con il massimo dei voti. Vinse dapprima il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento lavorandovi dal primo dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Partecipò quindi con successo al concorso in Magistratura che superò, tra i primi in graduatoria. Andò a lavorare a Caltanissetta come Uditore Giudiziario. Dopo qualche tempo passò al Tribunale di Agrigento. Qui, presso la locale Procura della Repubblica svolse, dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, la funzione di Sostituto Procuratore.

In questa sede, si occupò di delicate indagini antimafia e  anticorruzione. La sua attività di contrasto alla criminalità organizzata fu particolarmente efficace, anche utilizzando lo strumento della confisca dei beni frutto del crimine. Scoprì legami profondi  tra Mafia e Massoneria ,nell’agrigentino. Dal 21 agosto 1989 al 21 settembre 1990, lavorò come Giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento, nella sezione ” misure di prevenzione”.

Ripercorriamo ora le vicende della sua morte con le parole del Presidente del Senato Piero Grasso, pronunciate in sua commemorazione avanti l’assemblea di Palazzo Madama il 18 settembre 2015, nel venticinquesimo anniversario della morte.

Dice il Senatore Grasso “era una tiepida mattina del mite autunno siciliano, il 21 settembre 1990, quando Livatino, riposti nella borsa i fascicoli processuali su cui aveva lavorato fino a tarda notte, si avvia verso il Tribunale di Agrigento a bordo della sua Ford Fiesta color amaranto. Sulla strada a scorrimento veloce lo attende un commando di quattro uomini del clan mafioso della: ”Stidda”, che subito apre il fuoco. Rosario, ferito ad una spalla, tenta di fuggire ma viene braccato e raggiunto in fondo alla scarpata, dove uno degli assassini continua a esplodergli contro colpi di pistola. Alla sua angosciosa domanda :”cosa vi ho fatto” la risposta è un colpo di grazia al viso”.

A proposito del lascito morale di ROSARIO LIVATINO, il Presidente Piero Grasso, nella sua accorata commemorazione dice “il sacrificio non cercato di Livatino lo ha reso punto di riferimento ideale per tutti coloro, magistrati e non che credono nella giustizia. Davanti alla sua tomba, sempre sommersa di fiori, si trovano biglietti, messaggi, testimonianze soprattutto di giovani che hanno compreso il suo messaggio che suona rivoluzionario nella sua semplicità :coltivare l’ideale della legalità, dell’uguaglianza dinanzi alla legge e, a costo della vita fare fino in fondo, senza timori reverenziali e senza compromessi il proprio dovere. E il nostro dovere è mantenere viva la memoria di un uomo che ha incarnato, con l’esempio di una vita schiva dedicata alla giustizia, l’essenza dei valori democratici che uniscono questo Paese e in cui noi ci riconosciamo”.

Nel maggio 1993 il Papa Giovanni Paolo II si recava in Sicilia nella Valle dei Templi e incontrava i genitori del Giudice. Il Santo Padre, in un famoso discorso ad Agrigento, definiva  Rosario Livatino“martire della giustizia e indirettamente della fede”, pronunciando  il famoso anatema contro la Mafia, invitandone i componenti a convertirsi e cambiare vita in attesa del giudizio di Dio su di loro.

Sempre nel 1993, l’Arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito, che era stato arcivescovo di Agrigento, incaricava la signora Ida Abate, insegnante del Giudice, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione.

Il 19 luglio 2011 veniva firmato dall’Arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011, nella Chiesa di San Domenico di Canicattì.

Il Postulatore della causa di beatificazione ha dato atto, che fin dal 6 ottobre 2011 il Tribunale Ecclesiastico Diocesano all’uopo nominato, ha sentito i testi indicati, dallo stesso o ex officio, per decidere la trasmissione degli atti alla Congregazione per la causa dei Santi. Il Postulatore ha affermato, in una recente intervista, che esistono “dati che certificano la crescita esponenziale dell’attenzione dell’opinione pubblica (non solo credente ma anche non credente) attorno all’esempio e alle virtù umane, cristiane e professionali del Servo di Dio Rosario Livatino”.

Nell’opinione pubblica siciliana corre voce di miracoli post-mortem attribuitigli ; si dice che è apparso in sogno, in abiti sacerdotali ad una malata di leucemia, invitandola a resistere alla malattia. La signora sarebbe poi inspiegabilmente guarita.

Il “Giudice ragazzino”, come lo definì  Francesco Cossiga, ha delineato in due suoi scritti quelli che, debbono essere i doveri e le funzioni del Magistrato e del Giurista per essere aderente ad una visione e moderna e democratica e inoltre conseguente ai dettami della Fede Cattolica (quando il Giudice liberamente vi aderisce).

Al primo di questi, in cui si compendia una conferenza tenuta il 7 aprile 1984, presso il Rotary Club di Canicattì fu dato il titolo ”Il ruolo del Giudice nella società che cambia”. Il esso Livatino afferma che il Giudice è e deve restare il:”prototipo dell’interprete giudiziario nel comune sentire sociale come figura super partes”.

Sui rapporti con la politica egli sottolinea che trattasi di problema di grande attualità poiché sono numerosi i Magistrati che si occupano di politica e sono apertamente schierati con questo o quel partito politico. E ciò offre “all’opinione pubblica l’immagine di una giustizia parziale fiancheggiatrice del potere politico, di un partito politico o di un gruppo di potere, pubblico o privato”. Nessuno però vuol togliere all’uomo Giudice “la possibilità di formarsi una propria coscienza politica, di avere un proprio convincimento su quelli che sono i temi fondamentali della nostra convivenza sociale………… Essenziale è però che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una personale elaborazione”. A proposito della partecipazione del Magistrato alle competizioni elettorali egli spiega  che ”sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l’ufficio del Giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni dall’ordine giudiziario”.

A corollario di tutto ciò, a proposito della ”immagine esterna “ del Magistrato ivi aggiunge  ”il Giudice oltre ad essere deve anche apparire indipendente”.

L’altro scritto  di Livatino, su cui  mi soffermerò brevemente, è intitolato “Fede e diritto” e costituisce il compendio di una conferenza tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì, nel salone delle Suore Vocazioniste , per conto dell’Unione locale dei Giuristi Cattolici. Esso testimonia l’altissimo livello di dirittura etico-morale raggiunto dall’uomo e dal Giudice.Vi si afferma ” ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il Magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il Magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però credente e non credente, devono, nel momento del decidere dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia, devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà e autonomia”.

E ancora aggiunge “e tale compito sarà tanto più lieve quanto il Magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società -che somma così paurosamente grande di poteri gli affida- disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione. Ed ancora una volta sarà la legge dell’amore, la forza vivificatrice della fede a risolvere  il problema radicalmente. Ricordiamo le parole del Cristo all’adultera  Chi di voi  è senza peccato scagli la prima pietra ; con esse egli ha additato la ragione profonda della difficoltà : il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta”.

In conclusione, il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli a proposito di Rosario Livatino, ha affermato nel 2016 che egli  “è un piccolo grande maestro e tutto questo gli deriva dal Vangelo, altrimenti sarebbe stato un normale e grigio vergatore di carte e invece ha sempre cercato la verità a rispetto della persona fatta a immagine e somiglianza di Dio”. L’alto prelato aggiunge “non possiamo parlare di vocazioni in un modo stantio e ripetitivo come alcune volte è stato fatto, ma dobbiamo allargare la riflessione, non solo teorica ma testimoniale, sul fatto che ci sono uomini che hanno vissuto radicalmente la loro identità di battezzati nella storia e nelle piaghe della società”. Il lavoro di Magistrato e di Giurista è stata la sua vocazione, vissuta nella fede che ha vivificato la sua attività. Non è stato Rosario Livatino un “sepolcro imbiancato”, un mero esecutore di regole liturgiche, ma portatore di ecclesialità autentica vissuta accanto alle sofferenze dei fratelli  che ha testimoniato fino al martirio.

 

*** Cesare Augusto Placanica si è laureato in Giurisprudenza a Pisa e in Scienze Politiche a Padova. Avvocato Cassazionista, esercita la professione Forense continuativamente dal 1990 a Verona, prevalentemente nel settore penale. E’ membro del Consiglio Direttivo dell’Unione Giuristi Cattolici di Verona, ed ha organizzato diversi convegni in materie attinenti l’etica e la famiglia. Svolge anche l’attività di pubblicista su riviste giuridiche ed ecclesiastiche su temi che riguardano prevalentemente le relazioni internazionali.

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