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di Pietro Licciardi

UNA MOSTRA UN LIBRO E UN APPELLO PER VINCERE LO SPOPOLAMENTO DELLE VALLI APPENNINICHE

L’Italia si sta spopolando. Man mano che gli anziani muoiono, muoiono anche i luoghi in cui hanno vissuto e con essi muore un pezzo della nostra storia, delle nostre tradizioni, della nostra cultura. Un po’ dappertutto gli antichi borghi si svuotano e intere vallate appenniniche vengono abbandonate. Un cataclisma sociale, ma anche economico e ambientale, ancora ampiamente sottovalutato al quale, in qualche modo, alcuni coraggiosi cercano di opporsi.

Ci stanno provando a Barga, un piccolo Comune ricco di storia e cultura in provincia di Lucca, che comprende la Valle del torrente Corsonna, un tempo casa di contadini, pastori, boscaioli, carbonai, artigiani, che la dura vita di montagna ha unito con stretti legami di solidarietà e amicizia, più forti delle divisioni e dei conflitti che inevitabilmente sorgono in comunità circoscritte, anche se non completamente chiuse. La prima strada bianca è arrivata in val di Corsonna a metà anni Sessanta del secolo scorso e l’elettricità nel 1974. Fino ad allora i valligiani illuminavano le case per qualche ora al giorno, con la fioca luce di una lampadina alimentata da un generatore autocostruito e azionato dall’acqua del loro torrente. Un progresso arrivato tardi, spingendo molte famiglie a scendere a valle, in cerca di un lavoro più sicuro nelle fabbriche di carta o trovare una vita più confortevole in città. Negli anni alcuni però sono tornati, spinti dai ricordi di famiglia o da una passione mai sopita per i loro monti. Ricordi e passione che qualcuno ha voluto rimettere assieme in un racconto di parole e immagini.

Un percorso approdato in una mostra allestita dalla Fondazione Ricci di Barga, col patrocinio della proloco e del Comune che, come spiega la direttrice della sezione barghigiana del Museo e istituto storico lucchese, Sara Moscardini, è stato ispirato dal lavoro fotografico di Caterina Salvi, che per anni ha fissato su pellicola i luoghi e i colori della Corsonna, e che ha poi incontrato altre piccole idee dei valligiani. La Mostra resterà aperta fino al 15 Ottobre presso la Fondazione, in via Roma 20 a Barga.

Il 12 Agosto è stato invece presentato il libro Il nostro Altrove, voci dalla val di Corsonna, una raccolta di ricordi e storie raccolti dai curatori Giuliano Bertolini – Ayala per i valligiani – e Simone Togneri, che dopo aver lasciato la valle natia hanno deciso di tornare ad abitare sui loro monti. Il lavoro come dice Bertolini, «è nato dalla paura che certi luoghi e certe leggende andassero persi, per questo abbiamo voluto interpellare i pochi abitanti rimasti per chiedere un ricordo loro o dei loro nonni. Abbiamo così raccolto una quarantina di contributi».

Purtroppo con l’esodo dei valligiani si sono dispersi anche i valori che caratterizzavano la comunità della Corsonna, valori che, spiega Togneri, si sta cercando di ritrovare e che lui stesso ha riscoperto: «Nella casa in cui vivevo da bambino sul tavolo di cucina c’erano sempre una bottiglia di acqua e un fiasco di vino perché i nonni dicevano sempre: “non si sa mai chi può passare”; questa è una cosa che dopo tanto tempo è rimasta: l’ospitalità per chi passa ma anche tra di noi. Spesso ci troviamo per fare festa e per darci una mano. Ecco, la solidarietà, non solo fra chi abita la Corsonna ma anche con chi vi transita, è rimasta».

Adesso ad abitare lungo la Corsonna sono in pochi ma, dicono ancora i curatori del libro, «tutti andiamo nella stessa direzione: cercare di mantenere viva e unita questa valle». Cosa non facile perché la vita in montagna è sempre stata dura, e lo è anche oggi, nonostante la tecnologia. Tuttavia c’è chi vorrebbe far rivivere la montagna, come Federico, il figlio di Ayala, che dopo aver lavorato in diverse nazioni europee è tornato sulla Corsonna per coltivare i frutti del bosco. E come lui ci sono altri che a dispetto della neve, della pioggia e delle frane, vorrebbero avviare delle attività che però trovano un ostacolo ben peggiore della natura: la burocrazia.

L’appello che Bertolini e Togneri rivolgono anche a nome di tutti i montanari di questa nostra Italia, costituita – ricordiamolo – per l’ottanta per cento da rilievi montani e collinari, è di aiutare o quantomeno di non ostacolare i giovani che tornano sulle alte quote, i quali hanno voglia di lavorare, di ripristinare e mantenere il territorio. «Non vogliamo aiutarli?» dicono i nostri valligiani «ce ne possiamo fare una ragione, ma almeno non ostacoliamoli con leggi assurde, controlli oppressivi; anche perché la montagna senza queste persone muore» e, aggiungiamo noi, chi popola le città e le pianure poi non abbia a recriminare se ad ogni temporale un po’ più intenso del solito vede piombarsi addosso una valanga di detriti venuti giù da monti rimasti senza la cura e il lavoro dell’uomo. Ma il valore del lavoro intrapreso dalla Fondazione Ricci di Barga, dal Museo e istituto storico lucchese, da Giuliano Bertolini e Simone Togneri è anche un altro: recuperare la memoria del popolo della Corsonna e con essa un pezzo di memoria che appartiene a tutti noi italiani. Man mano che l’Italia invecchia viene infatti meno la capacità di trasmettere alle nuove generazioni ciò che siamo, da dove veniamo; in una parola la nostra identità. E un popolo che perde la propria identità è destinato a consumarsi nel proprio presente, senza avere più un futuro.

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