Javier Echevarrìa (Opus Dei): “Bisogna perdonare sempre con tutta l’anima e senza rancore”

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Monsignor Echevarria
Monsignor Echevarria

Il Prelato dell’Opus Dei, monsignor Javier Echevarría, nella lettera di aprile indirizzata a tutti i componenti dell’Opera e ai simpatizzanti della stessa, scrive che «Gesù è proprio l’impegno estremo che Dio ha assunto nei nostri confronti».

Echevarrìa parla dell’impegno del perdono. Il prelato ricorda che «dinanzi al pentimento sincero di quell’uomo [il “buon ladrone”, ndr], gli promette la remissione dei peccati e la vita eterna». «Si spiega la profonda pietà con cui nostro Padre (San Josè Maria Escrivà, ndr) baciava il crocifisso e che il vederlo diventasse un momento di conversione e un invito a parlare di Cristo e del suo esempio. San Josemaría assimilò con profondità l’insegnamento del Signore e lo predicò con l’esempio e con la parola. Perdonare. Perdonare con tutta l’anima e senz’ombra di rancore! Atteggiamento sempre grande e fecondo».

Il prelato invita ad a saper essere indulgenti e a saper perdonare immediatamente chi ci offende, senza risentimenti. «Perdonare le offese è, in un certo senso, l’azione più divina che possiamo compiere noi uomini. Non è solo un’opera di misericordia ma anche la condizione e l’invocazione della remissione dei nostri peccati, come abbiamo appreso dal Maestro nella preghiera del Padre nostro». E aggiunge: «Una delle grandi carenze della nostra società consiste nell’incapacità di perdonare. Singole persone e intere nazioni continuano a rimuginare le offese ricevute, sguazzano nel ricordo come in una pozzanghera immonda e non vogliono sforzarsi di dimenticare e di perdonare. Ben diverso e assai chiaro è l’insegnamento di nostro Signore, che compendia la storia della clemenza divina verso l’umanità in queste parole: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Per somigliare al Maestro il prelato invita ad «amare. Amare vuol dire avere il cuore grande, sentire le preoccupazioni di quelli che ci circondano, saper perdonare e comprendere, sacrificarsi in unione a Gesù Cristo per tutte le anime. Se impariamo ad amare con lo stesso cuore di Cristo, impareremo a servire, a difendere con generosità e chiarezza la verità. Tuttavia, come affermava san Josemaría, per poter amare in questo modo è imprescindibile estirpare dalla propria vita tutto quanto è di ostacolo alla vita di Cristo in noi: l’attaccamento alla comodità, le suggestioni dell’egoismo, la tendenza alla vanagloria… Potremo trasmettere agli altri la vita di Cristo, solo a condizione di riprodurla in noi stessi; potremo lavorare nelle viscere del mondo, trasformandolo dal di dentro, renderlo fecondo, solo a condizione di sperimentare in noi stessi la morte del chicco di frumento».

Il prelato, quindi, pone delle domande a tutti i componenti e simpatizzanti dell’Opus Dei: «sappiamo perdonare sin dal primo momento le offese ricevute, che spesso sono soltanto il frutto della nostra immaginazione o le esagerazioni della nostra suscettibilità? Ci sforziamo di cancellarle dal cuore, senza continuare a rivangarle? Chiediamo aiuto al Signore e alla Santissima Vergine, quando ci risulta difficile perdonare?». Concludendo la guida della Praelatura Sanctae Crucis et Operis Dei dice: «Non basta evitare le offese esterne. È necessario sforzarsi di soffocare i pensieri e i giudizi contrari alla carità. Il nostro pellegrinaggio terreno ha per termine la gloria del Cielo; Gesù ci indica le tappe per raggiungere la meta. Una è quella che descrive il Papa nella bolla Misericordiae vultus […] non giudicare e di non condannare». Un’altra dimensione del perdono cristiano, scrive monsignor Echevarría è chiedere il perdono «agli altri se ci rendiamo conto di averli offesi. Non è un’umiliazione, anzi, è una dimostrazione di nobiltà d’animo, di grande cuore, di magnanimità. San Josemaría ci diede esempio anche in questo. Con che facilità chiedeva scusa, con sincera umiltà, se pensava che qualcuno fosse rimasto ferito da un suo rimprovero, per giusto che fosse! In una certa occasione, confidava di aver implorato il perdono del Signore molte volte per quelle che considerava sue mancanze. Ma, al tempo stesso – aggiungeva – mi azzardo a dire che vi ho donato il meglio della mia anima, ho cercato di trasmettervi con la maggiore fedeltà possibile ciò che Dio Nostro Signore mi concedeva; quando non ho saputo farlo, ho riconosciuto subito i miei errori, ho chiesto perdono a Dio e a quelli che mi stavano accanto e ho subito ripreso a lottare».

Matteo Orlando

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