“Il mio e il vostro Sacrificio. Il liturgista risponde”. Padre Enrico Finotti dona consigli per liturgie più degne, senza approssimazioni

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E’ uscito nei giorni scorsi, per le edizioni Chorabooks, il nuovo libro di Padre Enrico Finotti dal titolo “Il mio e il vostro Sacrificio. Il liturgista risponde” (il testo è disponibilità su tutti i negozi Amazon in formato kindle e cartaceo e su oltre 100 negozi online
in formato Epub). Presbitero dell’Arcidiocesi di Trento dal 1978, licenza in Teologia liturgica conseguita presso la
Pontificia Università della Santa Croce, curatore della rivista “Liturgia: Culmen et fons”, don Finotti, in quest’ultimo suo libro risponde a numerose domande e dona consigli per celebrare liturgie più degne e per non scadere nella pochezza rituale e nell’approssimazione che sono fin troppo diffuse. L’autore afferma nella prefazione: “Troppo spesso si ritiene che il dibattito liturgico sia questione di competenti in ambiente accademico, ma in realtà la liturgia è vita quotidiana dell’intero popolo di Dio e soprattutto dei fedeli semplici che vi si accostano con stupore di fede e umiltà di cuore. Proprio da loro vengono fatte le domande più impensate, non prive di profondità spirituale, che rivelano l’azione misteriosa
dello Spirito Santo nelle membra del Corpo mistico di Cristo”. […] Si noterà la spontaneità di interventi che vanno da una semplice informazione funzionale per lo svolgimento decoroso di un qualche servizio liturgico, alla richiesta di sorprendenti chiarificazioni di natura teologica e spirituale espresse dai normali fedeli delle nostre comuni parrocchie. […] Auguro che questo strumento susciti sempre più l’interesse per una vera ed autentica conoscenza della liturgia della Chiesa nell’umile popolo di Dio”.

A titolo esemplificativo della struttura e dei contenuti del libro, LA FEDE QUOTIDIANA pubblica in esclusiva due domande con relative risposte.

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Perché qualche lettore, tra quelli più impegnati, termina la lettura dicendo: E’ parola di Dio, oppure: Questa è la parola di Dio ? Vi è libertà di formulazione?

Già il mutare la formula stabilita è un procedimento sbagliato, in quanto la Chiesa ha pensato le sue formule e per qualcuna di esse ha impiegato secoli di riflessione e dibattiti teologici non piccoli. Si pensi ad alcuni passaggi nella professione di fede. Quindi occorre sempre tener presente la mente della Chiesa, che ha scelto una specifica formulazione preferendola ad altre. La coscienza che il rito liturgico è della Chiesa e non è creazione di privati deve sempre renderci attenti alla facile tentazione di modifiche e sostituzioni soggettive. Non raramente espressioni ritenute innocue rivelano impostazioni teologiche profonde e, superficiali varianti fatte con tono di sufficienza, possono incrinare la retta dottrina e il modo giusto di celebrare. In particolare il Verbum Domini con cui il lettore
conclude la lezione biblica ha carattere di acclamazione e non di dichiarazione. Non si tratta di dichiarare davanti all’assemblea che ciò che è stato letto è la parola di Dio, ma di suscitare nella medesima assemblea una acclamazione di fede e di amore in risposta alla parola di Dio proclamata. Per questo sarebbe più consono con la natura dell’espressione qui considerata la sua esecuzione in canto con la risposta melodica di tutto il popolo: Deo gratias / Laus tibi, Christe. In tal senso la lingua latina unita alla melodia gregoriana offre una modalità perfetta di esecuzione, che nella sua semplicità evidenzia il graduale crescendo verso il vertice della liturgia della parola, la lettura evangelica. Dal tono basso previsto per la lezione profetica, passando a quello più elevato della lezione apostolica, si raggiunge il culmine nel tono proprio del testo evangelico. La breve acclamazione in latino è così elementare e da tutti comprensibile, che non avrebbe bisogno di traduzioni e potrebbe costituire quel patrimonio di elementi universali, che arricchirebbero la liturgia. Tuttavia non dovrà comunque essere abbandonato l’intento di
proporre melodicamente le acclamazioni terminali delle letture, almeno nelle celebrazioni solenni.

 

Vorrei capire l’abitudine ormai così diffusa di riempire le chiese di cartelloni e manifesti. Non è piuttosto indecoroso, almeno in certe chiese tanto belle?

I molti cartelloni che invadono le nostre chiese sono ormai un costume dilagante e non è facile resistere a questa spinta. Da un lato gli uffici pastorali nazionali e diocesani offrono un materiale esorbitante con un gettito quasi settimanale di manifesti relativi alle ormai continue giornate a tema; dall’altro la catechesi e i vari gruppi parrocchiali vogliono mostrare la loro attività con cartelloni, disegni, fotografie di vario genere e di diversa qualità compositiva. Tutto questo materiale poi viene disposto in ogni luogo della chiesa, anche negli stessi luoghi celebrativi, quali, l’ambone, l’altare, la balaustra, il battistero, gli altari laterali, ecc. In tal modo le nostre chiese assumono l’aspetto di una sala dell’oratorio e poco importa se si oscurano luoghi ad alto valore sacro o monumenti di considerevole rilievo artistico. Le nostre chiese si presentano disordinate, simili alla stanza da gioco dei bambini o al deposito delle cianfrusaglie. Soprattutto le chiese d’arte sono offese da questo costume improprio e, non solo i fedeli, ma anche i visitatori ne ricevono un esempio di basso profilo e di cattivo gusto. Il costume non è che l’estensione visiva del continuo parlare nella liturgia e mentre le eccessive monizioni rivelano la malattia della sermonite col linguaggio verbale, la cartellonistica la esprime con quello visivo. Si tratta sempre di infarcire un linguaggio semplice, nobile e incisivo come quello della liturgia con ingredienti inutili ed eccessivi che la appesantiscono e la snaturano. Occorre certo reagire e iniziare un cambiamento di mentalità e di prassi a tal proposito, fissando alcuni principi di fondamentale importanza. Anzitutto nell’aula della chiesa non si deve applicare la logica e la prassi della pubblicità propria della piazza. L’ambiente della chiesa ha un proprio linguaggio che è quello dell’arte e della sacralità: ogni elemento parla da se stesso e non può essere offeso da un linguaggio alternativo e banale che lo oscura e lo svilisce. La bellezza propria dei luoghi sacri, come l’altare, l’ambone, il tabernacolo, il battistero, le immagini sacre, le cappelle laterali e le stesse pareti della chiesa, deve essere rispettata e deve potersi esplicare con la forza stessa dell’arte che li riveste, senza bisogno di integrazioni così povere e talvolta indegne quali sono i cartelloni, le fotografie, gli striscioni, ecc. Questa invasione impropria declassa la forza dei simboli e la bellezza dell’arte e compromette del tutto il senso sacro della chiesa e dei suoi luoghi santi. Occorre saper distinguere gli ambienti. Il ruolo del sagrato o dell’atrio a questo punto diventa importante. Ma anche qui è necessario tanto buon gusto e sobrietà. In particolare va rispettata la porta della chiesa, come un simbolo di non poco conto, messo in luce anche nel rito della Dedicazione. Essa non può essere una permanente bacheca di esposizione, ma deve rimanere pulita e decorosa quale simbolo di Cristo che disse “Io sono la porta”. Si tratterà allora di trovare la giusta disposizione dei cartelloni e degli avvisi, di non mitizzarli a tal punto da assumere la logica insistente e impattante della pubblicità commerciale e di non indulgere ad una pressione visiva sui fedeli, che sono quasi spinti per forza a dare attenzione al cumulo talvolta eccessivo dell’attivismo pastorale. Tutto questo toglierebbe importanza ed efficacia alla contemplazione propria del luogo sacro.

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