Giuliva Di Berardino su cosa vuol dire “andare dietro” a Gesù

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IL VANGELO DEL GIORNO: venerdì 21 Febbraio 2020

San Pier Damiani 

Mc 8,34-9,1 

In quel tempo, convocata la folla insieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi”. E diceva loro: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”.

Il vangelo di oggi mette in chiaro cosa significa essere suo discepolo, in cosa consiste “andare dietro” a Lui. Il testo delinea quindi tre azioni principali: rinnegare se stessi, prendere la corce e seguire. In effetti ci rendiamo subito conto che il seguire viene dopo: prima c’è il rinnegamento di sé, poi il prendere la croce. Queste due azioni, “rinnegare se stessi” e “prendere la croce” sono solo le premesse! Il verbo greco απαρναομαι che noi traduciamo come “rinnegare“, in realtà si può tradurre anche come “rifiutare, respingere, ributtare“. Gesù quindi sembra dire che la prima azione che si deve fare per mettersi alla sua sequela è un movimento di rigetto di se stessi. Il verbo che segue, invece, viene dal verbo αιρω che in realtà non significa di per sè “portare“, ma “sollevare, innalzare“. Ci sono due movimenti quindi della sequela di Cristo che sono di fatto concatenati: il “buttare via” il proprio ego, corrisponde all'”innalzamento” della propria croce. Più si rinuncia alla propria vanità, alle proprie illusioni e ai giudizi su se stessi e sugli altri, più si innalza la croce, perché emerge la verità di quello che siamo, di quello che viviamo. Emerge la nostra pochezza, la nostra povertà.  Così la croce non è un peso da portare, ma da innalzare, da rendere visibile! San Paolo ci insegna bene tutto questo quando dice: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.” (2Cor 12, 9b-10). Per questo Gesù parla in questo testo di vergogna nella testimonianza, che sembra un discorso che non c’entra, invece è un discorso centrale, perché innalzare la nostra croce è dare testimonianza, perché quando appare la nostra debolezza, si dona la più bella testimonianza su questa terra della potenza di Dio, non della nostra! Allora la croce di Cristo è anche e soprattutto un annuncio che salva, un annuncio che attira verso Dio. Ecco, allora oggi preghiamo, anche per intercessione di San Pier Damiani, dottore della Chiesa, che possiamo essere così innamorati di Gesù da seguirlo seriamente! Gettando via la nostra vanagloria e innalzando la croce che ci salva, la croce che ci annuncia il Regno di Dio perché il Regno di Dio è degli ultimi, dei poveri, degli umiliati. Ci doni allora oggi il Signore la grazia di poterci inserire tra questi eletti, gli ultimi, gli umiliati, ma primi nel Regno di Dio, che sanno appassionare con la loro semplicità e la loro umiliazione tante persone verso la salvezza di Dio che ci viene incontro. Buona giornata! 

 

Michele M. Ippolito

Michele M. Ippolito

Direttore di LaFedeQuotidiana.it

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