Definito “vecchio e cattolicissimo”. Pupi Avati lascia la Commissione per i contributi al cinema

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“Ho rassegnato le dimissioni perché, su alcuni organi di stampa, alcuni giornalisti mi hanno definito vecchio e cattolicissimo. Alcuni mi hanno detto addirittura che sono di centrodestra. Insomma, anziché considerare apprezzabile il fatto che una persona, che ha realizzato 50 film, si dichiari disponibile gratuitamente a sobbarcarsi una cosa così complicata, la si vilipende e la si sfotte”. Attraverso questa dichiarazione il celebre regista Pupi Avati ha lasciato la Commissione di esperti (con incarico non retribuito), prevista dalla nuova legge sul cinema, per la selezione dei progetti e la concessione di contributi selettivi al settore cinematografico e audiovisivo.

La Commissione, da oggi non più al completo, era composta dall’ex produttrice Marina Cicogna (83 anni), da Avati (79); dal critico Paolo Mereghetti (68), da Enrico Magrelli (62) e da Daria Bignardi (56).

“Il fatto di essere giovani non è una qualità giusta dell’essere umano. Non è perché ho 36 anni allora devo diventare per forza presidente del Consiglio. Funziona che diventi presidente del Consiglio se sei capace di tirarci fuori dalla situazione orrenda in cui ci troviamo, e così in tutte le cose del mondo. Raffaele La Capria scrive cose meravigliose a 90 anni. Verdi scrisse il Falstaff a 80 anni”, ha dichiarato al Fatto Quotidiano Avati,  cattolico che va a messa tutti i giorni ed è sposato da più di mezzo secolo.

Riguardo alla sua appartenenza religiosa “ostativa” ad “una visione più aperta e generale nel giudicare un film”, in particolare “l’omosessualità nei film”, Avati ha spiegato: “Sono tematiche non al centro della nostra esistenza. E ad ogni modo nelle mie troupe il 20% di collaboratori che lavora con me da 20 anni sono gay. Hanno le loro storie e i loro compagni e ci lavoro in assoluta compatibilità. E poi il credente ha una visione più ampia delle cose, direi sacrale rispetto alle cose della vita, perché ha un’immaginazione più fervida”.

Qualche tempo fa il regista a TEMPI aveva dichiarato: “La famiglia fondata sul matrimonio è la parte fondante della società, forma i cittadini”; “Siamo sommersi dalla negatività dei media, da una propaganda uniforme che, non a caso, colpisce la famiglia e il matrimonio. Io mi chiedo: come si fa a proporre sperimentazioni su tanti tipi di famiglia, che sappiano non funzionare, quando ce ne è una, formata da uomo e donna, che funziona da millenni? Perciò c’è bisogno di mostrare questo in televisione, soprattutto ai giovani. E inoltre bisogna raccontare la storia di persone che sono riuscite ad affrontare le difficoltà della vita senza scappare. Il contrario di quanto accade adesso”; “dichiarare la propria fede, raccontare di essere praticante, dire che vado in chiesa tutti i giorni e che mi siedo sulla panca dove stava mia madre, e farlo apertamente, qualche difficoltà può creartela. Tanto più se dico che non mi importa nulla dei problemi che Enrico Letta ha con Matteo Renzi. Alcune persone ti considerano una vittima della religione, un ingenuo, e a volte, come ho già detto, un “conservatore rimbambito”; “Io credo che ogni uomo sia scelto, anzi “prescelto”, e che la fede rende sacra ogni persona. L’io narrante dei miei film condivide con i personaggi un comune desiderio di felicità. La mia piccola creatività dipende da questa visione della vita. Per questo certi laici mi stupiscono. Sembrano non avvertirlo, sembrano non vedere qualcosa che li trascende che è straordinariamente più grande di noi. A volte li invidio, perché sembra che non hanno questa esigenza, mentre io non posso farne a meno. A volte li compatisco. Per me la bellezza è lo spartire, il condividere, che poi significa amare, cioè quello che dice il Vangelo, che è una rivoluzione, in un mondo che solo a parole si dichiara solidale e poi nei fatti è traditore”; “credo di aver maturato una conoscenza sufficiente per dire che i legami e le figure che mi hanno preceduto e introdotto alla vita sono fondamentali. I millenni passati confermano questo percorso per ognuno di noi: un uomo per crescere deve sapere da dove viene e deve imparare da qualcuno come si fa a vivere. Sopratutto, a un bambino servono una madre e un padre con i loro ruoli e doveri diversi, che, contrariamente a quanto si sente dire, non si devono scambiare, ma – semmai – completare”; “la fede di mia madre è un dono. Perché è un dono avere davanti una donna come lei che ha confidato tutta la vita nella provvidenza. Per lei, nulla era impossibile a Dio e non si è mai fermata di fronte alle difficoltà. Questo ti permette davanti a una serata deprimente, di alzarti, lavarti la faccia e ricominciare di nuovo. Il mio mestiere è rischioso e so che, senza la fede ereditata da mia madre, non sarei Pupi Avati”; “Io sono ancora legato ai princìpi non negoziabili e, anche se è libero di definirsi tale, non ritengo un vero cattolico chi non li difende. Poi nel Sessantotto ci si è completamente liberati di questa fede sbiadita, buttando via il bambino con l’acqua sporca: è bastata una generazione, dei figli dei sessantottini, per perdere la fede. Così, davanti a un mondo che ci attacca non sappiamo cosa difendere, ci resta solo la paura. E come i grandi della terra non facciamo nulla per salvarci. A meno di ricominciare dai nuovi martiri”.

 

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