Padre Giovanni Cavalcoli: “Papa Francesco concede troppo a protestanti, progressisti, marxisti e massoni”

 

Papa Francesco concede tropo a protestanti, progressisti, marxisti e alla massoneria. Lo dice in questa ampia intervista il noto teologo domenicano Padre Giovanni Cavalcoli.

Padre Giovanni Cavalcoli è nato a Ravenna il 9 agosto 1941. Si è laureato in filosofia a Bologna nel 1970 sotto la guida di Gianfranco Morra con una tesi dal titolo “La crisi dell’intellettuale nella società moderna”.
Entrato nell’Ordine Domenicano nel 1971, Cavalcoli è stato ordinato sacerdote nel 1976. Ha insegnato teologia dal 1979 al 1982 presso l’allora Studio Teologico Accademico Bolognese (STAB). Dal 1980 al 1982 Padre Cavalcoli ha insegnato psicologia e metafisica presso il Seminario di Ravenna. Ha conseguito la licenza in filosofia nel 1981 e il dottorato in teologia presso la Facoltà Teologica Pontificia “S. Tommaso d’Aquino” di Roma nel l984 sotto la guida di P. Alvaro Huerga, OP, con una tesi dal titolo “Il giudizio per affinità nel dono della sapienza”.
Dal 1988 al 1989 ha tenuto corsi sulla Sapienza presso l’Istituto di Magistero “Maria Assunta” di Roma.
Cavalcoli ha ripreso l’insegnamento insieme con quello di Metafisica al ritorno da Roma nello STAB, elevato a Facoltà Teologica nel 2004.
Padre Cavalcoli dal 1992 è socio della Pontificia Accademia Teologica Romana mentre dal 2011 è docente emerito di Teologia Dogmatica nella Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna e di Metafisica nello Studio Filosofico Domenicano di Bologna.

Padre Cavalcoli possono coesistere due Papi, un regnante e l’ altro emerito ed è una coabitazione giustificata?

“Mi sembra giustificata dal fatto che essi hanno in tal modo una grande facilità di comunicare tra di loro, in modo tale che Papa Benedetto può offrire a Papa Francesco un prezioso aiuto e consiglio nel governo della Chiesa, considerata la sua esperienza di guida della Chiesa. Inoltre Papa Benedetto può adesso mettere a servizio di Papa Francesco la sua grande competenza teologica. Inoltre essi si possono confrontare sul modo di governare oggi la Chiesa.
Su questo punto la mia impressione è che Francesco ascolti poco Benedetto, che, a mio giudizio, aveva intrapreso una linea di riforma più equilibrata di quella di Francesco, più in conformità con la vera interpretazione del Concilio , vale a dire con l’interpretazione che vede le dottrine del Concilio in continuità, anche se più avanzate, rispetto a quelle del Magistero precedente. Invece mi sembra che Francesco indulga a un’interpretazione che concede troppo ai progressisti, avvicinandosi ai modernisti, ai rahneriani, il che equivale a dire ai protestanti, ai marxisti e alla massoneria, mentre fatica a dialogare con i tradizionalisti e i lefevriani, cosa nella quale invece Benedetto riusciva.
Per quanto riguarda la custodia della sana dottrina, Benedetto è stato certamente più zelante e diligente di Francesco, troppo preso dal suo bisogno di contatto con le grandi masse. Anche per quanto riguarda il rapporto col mondo islamico e comunista, mentre Benedetto si preoccupava di più della chiarezza dottrinale, esortando i cattolici alla pazienza e ad accettare la persecuzione, Francesco, pur di ottenere la coesistenza pacifica, sembra patteggiare eccessivamente con i nemici del cristianesimo e della Chiesa”.

Padre Cavalcoli, la Chiesa a suo parere vive un momento di crisi?

“La Chiesa sta vivendo un momento di grave disagio e decadenza dottrinale e morale, sotto le sembianze di una falsa modernità, quale mai le è capitato in tutta la sua storia. Come ormai è stato diagnosticato da 40 anni, a cominciare da S.Paolo VI, mentre il Concilio offriva speranze di progresso teologico, morale e spirituale, si è verificato un insospettato ritorno massiccio di modernismo, quello che Padre Fabro chiamò lo «sconquasso», un modernismo ben peggiore e pericoloso di quello dei tempi di S.Pio X, come si accorse il Maritain fin dal 1966. Papa Francesco, a proposito dell’evangelizzazione, ha detto che non si tratta di occupare «spazi», ma di «avviare processi», e invece i modernisti stanno proprio occupando tutti gli spazi, soffocando la libertà dei pochi cattolici normali rimasti, senza avviare alcun vero rinnovamento, ma facendo retrocedere la teologia alle eresie prenicene e precalcedonesi e la filosofia ai naturalisti presocratici e ai miti dell’Amazzonia.
Noto tuttavia acutezza di diagnosi, energia e libertà spirituali, sapienza, sensus Ecclesiae, presenza e parresia dello Spirito Santo più nei laici che nei pastori. Papa Francesco è come un nocchiero sulla barca di Pietro in gran tempesta. Fatica a reggere il timone. Eppure, la guida è lui. Dobbiamo stargli vicino, accettarlo, sopportarlo, pregare per lui, aiutarlo, consigliarlo, liberarlo dai falsi amici e dagli adulatori, richiamarlo con rispetto ai suoi doveri, accogliere tutto il bene che fa”.

Padre Cavalcoli, qual è la sua idea sui sacerdoti uxorati?

“Ho già trattato questo argomento in due miei recenti articoli nel mio blog. Cito qui alcuni brani.
Da Sulla questione del celibato ecclesiastico. «La Chiesa cattolica non abbandonerà mai una stima preferenziale per il sacerdozio celibatario; ma non è escluso che in un futuro, a certe condizioni e in certi luoghi, possa ammettere, a fianco del sacerdozio celibatario sempre preferito, anche un sacerdozio sposato. Tuttavia, può lasciare libera scelta fra l’uno e l’altro. Di per sè potrebbe esistere anche un Papa sposato, come lo è stato Pietro, primo Papa.
Il sacerdozio celibatario è più spirituale di quello sposato. Il celibato favorisce la libertà spirituale, un più acuto senso del sacro, una maggiore intelligenza delle cose celesti, un maggiore discernimento nei fenomeni spirituali, un più ardente desiderio di Dio, una maggior apertura e disponibilità per il prossimo, una maggior fortezza nelle prove, una maggior saggezza nella guida delle anime, una più pura stima della donna. Il sacerdote celibe non avrà esperienza concreta degli affetti coniugali e degli affari familiari. Tuttavia, ha una più alta conoscenza teologica della nozione paolina del matrimonio come mistero di salvezza, immagine dello sposalizio fra Cristo e la Chiesa (Ef 5,32). Il prete sposato invece sarà più capace di una pastorale familiare più concreta, dal momento che conosce per esperienza quella che è l’intimità fra sposo e sposa, l’educazione dei figli, nonché tutte le questioni connesse con la vita familiare, vivendole giorno per giorno in prima persona». Da Sacerdozio celibatario e sacerdozio coniugato. «Da un punto di vista dogmatico o in linea di principio non ci sono preclusioni a un sacerdozio coniugato: il celibato non è de essentia del sacramento dell’ordine. S.Paolo, nella Prima Lettera a Timoteo, esponendo i doveri del vescovo, raccomanda che “non sia sposato che una sola volta e che sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (I Tm 3, 2-5). La ragione prima e più profonda del celibato è una ragione di carattere ascetico e spirituale: il bisogno che sente un’anima come quella del sacerdote, chiamata ad una più alta spiritualità e perfezione morale, ad essere più libera da quegli impulsi carnali, eccessivi e disordinati, che sono spinte al peccato, le quali, come rileva S.Pietro, nella condizione della presente natura decaduta, “fanno guerra all’anima” (I Pt 2,11) o quanto meno la illudono, ne offuscano la vista, la ostacolano e la distraggono dal suo slancio verso Dio, la rendono egoista e incapace del sacrificio e dello sforzo ascetico, la frenano e la restringono nel suo amore verso il prossimo, impedendole quella totale e libera dedizione, della quale l’anima sente il bisogno e il piacere, e la incatenano alle vanità del mondo di quaggiù proibendole le gioie ben superiori dello spirito. Il celibato sacerdotale ha il suo fondamento teologico nella verginità di Cristo, del quale il sacerdote è ministro innanzitutto come consacratore del suo corpo e del suo sangue, giacchè nell’atto del consacrare agisce in persona Christi. È Cristo che sacrifica Se stesso nel suo Sacrificio eterno servendosi delle parole del celebrante, in modo tale che la Messa è l’attualizzazione incruenta del sacrificio della croce. La Messa, quindi, non è, come credeva Lutero, un sacrificio come opera del sacerdote in aggiunta a quello di Cristo, ma è lo stesso sacrificio di Cristo attualizzato nello spazio e nel tempo a beneficio di tutti coloro che vi partecipano. Per questo, il celibato è certamente segno prezioso dell’imitazione di Cristo, ma non è ad essentiam. Per questo, se la Chiesa mantiene e manterrà sempre una speciale stima e predilezione per il celibato, è sua facoltà concedere, se lo riterrà opportuno, e a certe ben precise condizioni, anche un presbiterato coniugato. Molto più difficile invece appare la concessione di un episcopato coniugato, benchè si sia verificato in epoca apostolica. Se un vescovo ha bisogno del matrimonio come remedium concupiscentiae, c’è da dubitare della validità della sua ordinazione episcopale»”.

Padre Cavalcoli, ritiene che una eventuale apertura in Amazzonia possa causare altre aperture come in Germania?

“Il moltiplicarsi di eventuali casi di sacerdoti coniugati sarà sotto il controllo della S.Sede”.

Padre Cavalcoli, a suo avviso il Papa emerito può esprimere le sue opinioni?

“ll Papa emerito non possiede più l’autorità magisteriale pontificia, la quale appartiene solo al Papa regnante. Il dono rimane in radice, ma non viene più esercitato. Conserva quella sapienza teologica, che aveva acquisito prima di essere Papa e che può aumentare nella condizione di Papa emerito. Può svolgere un ottimo servizio di consiglio, sostegno e conforto al Papa regnante.
Egli ha piena libertà di insegnamento della dottrina cattolica a chiunque e di esprimere le proprie opinioni religiose privatamente e pubblicamente, a voce o per iscritto con pubblicazioni. Può tenere corrispondenza epistolare. Può partecipare, col consenso del Papa regnante, a convegni, congressi o pubblici incontri. Può ricevere visite di parenti, amici ed estimatori ed anche estranei, ed avere rapporti con chi crede, consenziente il Papa regnante. Può svolgere direzione spirituale e dedicarsi al ministero della confessione”

Padre Cavalcoli è teologicamente corretto affermare che “Gesù è un uomo di Dio?”.

“No assolutamente. È un’espressione che suppone la negazione della divinità di Cristo. «Uomo di Dio», infatti, è un uomo che appartiene a Dio, così come si dice che una persona amata appartiene a chi la ama. La detta espressione è usata per designare persone sante o che hanno fama di santità o di alte virtù, comunque in confidenza con Dio, persone tutte dedite a Dio o che hanno dedicato o consacrato tutta la loro vita a Dio.
Certo, Cristo è tutto questo, ma al contempo infinitamente di più di questo: Egli è Dio, il che vuol dire che, oltre ad essere uomo, è anche Dio. Cristo, come lo ha definito il Concilio di Calcedonia, è una divina Persona, la Persona del Figlio o del Verbo, con due nature: umana e divina.
La proposizione «Gesù è Dio» è una proposizione molto delicata, che va rettamente intesa e che può essere fraintesa. Per comprenderne esattamente il senso e non pensare che Gesù identifichi il suo esser uomo col suo essere Dio – il che sarebbe panteismo -, occorre applicare un procedimento logico. che si chiama «comunicazione dei predicati» (communicatio idiomatum). Ne ho parlato di recente in un mio articolo sul mio blog dedicato all’argomento.
Riporto qui una descrizione del detto procedimento, del quale parlerò nel mio blog: Cristo «è un’unica Persona in due nature, che consente le proposizioni dogmatiche cristologiche ottenute dalla communicatio idiomatum. Infatti, la comunicazione dei due predicati è comunicazione di due forme o essenze, mentre l’unico soggetto o supposito è la persona. Ed è appunto l’unicità della persona, soggetto logico di entrambi i predicati, che consente la comunicazione dei predicati, per cui si può predicare un predicato dell’altro, prendendolo come soggetto della proposizione». Così posso dire che Gesù è Dio, come se il soggetto della frase fosse Gesù uomo, mentre il soggetto reale è la Persona del Verbo. Così qui il termine «Dio» suppone non per Gesù, ma per il Verbo, perché Gesù come uomo non può essere Dio e come Dio non può essere uomo. Ma è Dio solo perchè il Verbo sussiste in un individuo»”.

Padre Cavalcoli la figura del Papa emerito andrebbe normata?

“Certamente. Anche di ciò ho scritto di recente sul mio blog. Riporto alcuni brani del mio articolo. «Il pontificato, nella mente di Benedetto, sembra essere un arricchimento o potenziamento del carattere sacerdotale, per il quale il Papa è superiore al Vescovo non solo e non tanto nel suo dargli ordini, ma proprio e ancor più per un motivo ontologico, che riguarda l’essere, prima che l’agire. Insomma, l’esser Papa non si risolve nell’agire, ma nel suo stesso essere, anche se non agisce come Papa. Ciò dà la possibilità di una visione più approfondita e più sublime, più mistica che giuridica, dell’esser Papa come sembra vederlo Benedetto. Dopo che un Tedesco, come Lutero ha umiliato la dignità di Pietro, la Provvidenza ha voluto un Papa Tedesco per farci comprendere meglio la sublime dignità evangelica, spirituale, carismatica e giuridica del Pescatore di Galilea. Il Diritto dovrà allora regolamentare questa nuova definizione del Papato, che interpreta l’intenzione di Cristo. Facendo riferimento all’episcopato emerito, la cui funzione non è regolata da leggi, ma è lasciata alle personali decisioni del singolo vescovo interessato, cosa che non fa problema per nessuno, non parrebbe a tutta prima utile, opportuno, conveniente o necessario regolamentare lo status giuridico e le funzioni del Papa emerito. Da quanto ho detto dovrebbe apparire chiaro che la distinzione fatta da Papa Benedetto fra ufficio papale ed esercizio dell’ufficio papale costituisce un apporto definitivo per la comprensione dell’essenza del pontificato, deducibile dalla volontà di Cristo, sicché d’ora in avanti il Papa che vorrà dare le dimissioni non abbandonerà più puramente e semplicemente il pontificato, perdendo il titolo di Papa, come sempre è stato in uso finora, ma passerà allo status di Papa emerito, ossia sarà ancora Papa, ma Papa a riposo, in obbedienza al nuovo Papa. Sembra conseguire da ciò che, dopo l’istituzione dell’emeritato pontificio ad opera di Benedetto XVI, onde ottenere dal Papa certezza in questa delicatissima materia, si profili la necessità che il Papa voglia far inserire nel Codice di Diritto Canonico un nuovo capitolo o sezione sull’emeritato Pontificio, da far seguire come logico sviluppo e complemento alla già ammessa facoltà di un Papa di dare le dimissioni (Can. 332 § 2), come determinazione e regolamentazione di massima delle condizioni e delle funzioni del Papa dimessosi dall’incarico. Se il Diritto concede la possibilità che un Papa rinunci all’esercizio del pontificato, è del tutto legittimo chiedersi: che cosa fa il Papa che si è dimesso? Per ora il Codice non dice nulla. Ma dopo il chiarimento di Benedetto pare giunto il momento di precisare giuridicamente l’importante insegnamento del Papa emerito. Probabilmente alcuni, ai quali dà fastidio l’idea di Papa Benedetto, pensano che, morto lui, non si parlerà più di Papa «emerito». Ma io non credo che sarà così. Sono invece convinto che la scoperta di Benedetto abbia inaugurato nella Chiesa un procedimento irreversibile. Mi pare allora che un nuovo capitolo del Codice dovrebbe definire lo status giuridico del Papa emerito, le sue condizioni e le sue peculiarità. È evidente peraltro che, siccome si tratta di materia in certa misura soggetta al Potere delle Chiavi, ciascun Papa avrà ha la facoltà di apportare mutamenti. Ma non credo che la sostanza di quanto ci ha insegnato Papa Ratzinger potrà essere abolita. La Chiesa nella storia va avanti e non torna indietro»”.

Bruno Volpe

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