Venezia, monsignor Moraglia visita la chiesa dei “tradizionalisti”

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MoragliaIn occasione del 278° anniversario dell’apertura al culto della bella chiesa di San Simeon Piccolo (quella di fronte la stazione ferroviaria, oltre il Canal Grande), cara a tutti i fedeli veneziani legati alla tradizione liturgica e dedicata ai Santi Apostoli Simeone e Giuda Taddeo, il Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia ha visitato la chiesa e la locale Comunità legata alla tradizione bimillenaria della Chiesa.

Dal 2006 la chiesa di San Simeon Piccolo è Cappellania della Fraternità Sacerdotale di San Pietro e punto di riferimento per i cattolici veneziani legati alla forma straordinaria del rito romano. Fin dagli anni ’70  ospita le celebrazioni nella venerabile liturgia Tridentina attuando  dapprima l’indulto di Giovanni Paolo II del 1984, poi dal 2007 il Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI. La comunità “tridentina” veneziana fu fra le prime nel mondo a perseverare, in tempi di forzata   modernità, nella pratica liturgica secondo la fresca bellezza dell’antica Liturgia Romana. Attualmente San Simeon Piccolo è il centro di Messa “stabile” nel rito romano antico del Patriarcato di Venezia: splendente faro di spiritualità anche per i centri limitrofi e per tutto il Veneto anche grazie alla particolare cura della Liturgia sempre arricchita dalle preziose musiche corali e strumentali nel raffinato “stile musicale veneziano”.

La visita del Patriarca è stata incentrata sull’Adorazione Eucaristica al Santissimo Sacramento solennemente esposto. Il Patriarca Moraglia è stato accolto dal don Cyrill Sow (FSSP), dal 2014 Cappellano della chiesa. Qualche giorno fa il Patriarca, in occasione della solennità del patrono di Venezia, San Marco Evangelista, presso la Basilica Patriarcale, a proposito del Vangelo come buona notizia ha detto: «sempre sentiamo risuonare l’annuncio evangelico e – se non facciamo attenzione e non vigiliamo sulla nostra vita di discepoli – finiamo per non stupirci più dinanzi a questa inaudita novità, una notizia innovatrice e rivoluzionaria a cui facciamo l’abitudine nel senso deteriore del termine. Papa Francesco, non a caso, ha intitolato la sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium; essa è un forte richiamo a vivere la gioia del Vangelo. A tal proposito, l’inizio e la fine del Vangelo di Marco ci stupiscono, ci proiettano al di là della nostra misura umana e ci lasciano letteralmente meravigliati; se stiamo perseguendo un cristianesimo a misura d’uomo, abbiamo smarrito il Vangelo. La notizia dirompente è che Dio vuole vivere con noi, vuole condividere la sua vita con noi. E non in un modo qualunque, ma attraverso ciò che lo caratterizza come Padre: il Figlio. Tali parole – se ascoltate e accolte nella propria vita – non possono non avere un effetto dirompente. Attraverso di esse, ascoltandole realmente, comprendiamo come il Vangelo non sia una delle tante vie umane, una filosofia, un’etica, un’ideologia. Al contrario, il Vangelo è l’annuncio che ti prende alla sprovvista e, chiunque tu sia, ti mette in discussione perché ti fa comprendere che non sei tu a decidere ma tu, semplicemente, ricevi qualcosa che puoi solo accogliere. La domanda è semplice e si pone in questo modo: una tale “notizia” potrebbe aver origine da un uomo e dal suo mondo? E, ancora, che cosa dire del modo in cui inizia lo scritto di Marco: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, figlio di Dio” (Mc 1,1)? Lo stesso messaggio lo troviamo nell’evento-culmine della vita terrena di Gesù, la sua morte. La storia di Gesù si conclude e, per il mondo ebraico e pagano, nel modo più indegno e vergognoso; morire crocifissi era la morte dell’infame, del maledetto, dello schiavo punito per aver tradito fuggendo. Per questo, umanamente parlando, è ancor più fuori posto quanto esclama il centurione ai piedi della croce: “…avendolo vistolo spirare in quel modo, disse: Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). Così Marco – col suo Vangelo – ci dice, per primo, che Dio fa visita all’uomo e ne provoca sia l’intelligenza sia il cuore. I Vangeli nascono, proprio, da tale esigenza: l’obbedienza a Cristo che manda i suoi a predicare la buona novella. E il mettere per iscritto la vicenda di Gesù, da parte della Chiesa, dice la volontà di non allontanarsi dai fatti, quando gli accadimenti non sono più vicini a chi li ha vissuti o li ha sentiti narrare». Relativamente al modo di evangelizzare, in fedeltà a Gesù Cristo e al suo Vangelo, è necessario, scrive il Patriarca «comunicare senza “ridurre” Dio e il suo mistero alla nostra misura umana, senza costruirci un idolo, senza impossessarsi del mistero della nostra salvezza, senza rivestire tutto dei nostri logori abiti umani».

Matteo Orlando

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