Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulla "pessima traduzione" del Padre Nostro | lafedequotidiana.it

Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulla “pessima traduzione” del Padre Nostro

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Padre Ariel S. Levi di Gualdo, sacerdote e teologo, dirige dal 2015 la rivista online L’Isola di Patmos alla quale collaborano diversi sacerdoti, noti ormai al pubblico come “i Padri de L’Isola di Patmos”. È autore di centinaia di articoli su tematiche teologiche e di diversi libri editi dalle omonime Edizioni L’Isola di Patmos. Con lui abbiamo affrontato il delicato e controverso tema della nuova versione del Padre Nostro.

Padre Ariel, che cosa pensa della nuova formulazione del Padre Nostro?

“Penso sia una pessima idea dalla quale è nata una pessima traduzione. Chi poi ha tanta voglia di riformulare certe frasi, avrebbe una gran mole di lavoro da fare, prima di giungere al testo del Padre Nostro. Un esempio tra i tanti: Nel 2008, sotto il pontificato del Sommo Pontefice teologo, già prefetto per oltre due decenni della Congregazione per la dottrina della fede, questo dicastero pubblicò le risposte a cinque quesiti riguardanti alcuni aspetti della dottrina sulla Chiesa contenuti al numero 8 di Lumen Gentium. Nel documento si afferma che il Concilio Vaticano II non ha inteso cambiare la precedente dottrina sulla Chiesa, ma ha voluto precisarla, spiegando anzitutto come dev’essere compresa l’espressione conciliare impressa in questo documento: «La Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica», quindi come mai è usato il verbo «sussiste in», e non il verbo «è», che avrebbe suonato «La Chiesa di Cristo è la Chiesa Cattolica». Usando invece il verbo«sussiste in» si è voluto indicare che anche nelle comunità non cattoliche ci sono elementi di santificazione di natura salvifica.Chiarito il tutto, come noto e risaputo Benedetto XVI ha trascorso il proprio intero pontificato a lamentarsi ― come già faceva da prefetto di quel dicastero ― sui pericoli del “relativismo teologico” e del “relativismo religioso”. Dinanzi a questo e altro mi domando che cosa intendano certuni per “principio di non contraddizione”. Certo, non essendo noi figli e prodotti del romanticismo tedesco decadente che cerca di conciliare in armonia opposti e contrari, del principio di non-contraddizione abbiamo un’idea realista di stampo aristotelico-tomista, non tedesco-romantica. Come però dicono taluni, noi che ragioniamo a questo modo siamo solo dei … cupi rompiscatole”.

La convince la nuova versione del Padre Nostro?

“No. Anche perché a quello di non-contraddizione dovrebbe seguire la pauradel “principio del precedente”. Il Padre Nostro “nasce” da una precisa risposta e daun insegnamento dato da Cristo Signore al quesito degli Apostoli che domandano: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» [cfr Lc 11, 1]. Per tutta risposta Egli indica agli Apostoli una preghiera che nasce dalla più antica tradizione ebraica, tratta in pratica dai Qaddishim. Insomma, ce ne vuole proprio tanto di coraggio per “aggiornare” o “correggere” le parole insegnate dal Verbo di Dio incarnato. E una volta fatto questo, il muro della diga non è semplicemente crepato, bensì proprio esploso del tutto”

Che differenza da un punto di vista teologico esiste tra vecchia e nuovaversione?

“Più che di differenza si dovrebbe parlare di aderenza al testo. Di questa preghiera non esiste solo una prima versione in greco risalente all’epoca apostolica, esiste anche l’antico testo in aramaico, da cui nacque la traduzione in greco, appresso quella dal greco al latino. Nell’antico testo aramaico la parte cambiata, che preferisco indicare come manomessa, recita: «E non portarci in tentazione ma liberaci dal male». La frase «et ne nos inducas in tentationem fu spiegata in modo magistrale nel Commento al Padre Nostro dal grande Origene che prende come base il Beato Apostolo Paolo che afferma: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (I Cor 10, 13).Insomma: a tutti quelli che vantano il ritorno alle autentiche originiva ricordato che la frase «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, che vuol dire“portare verso/dentro” vale a dire introdurre/indurre(la frase intera è: καὶ μὴεἰσενέγκῃςἡμᾶςεἰς πειρασμόν). La traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è fedelmente tradotta con indurre, è del tutto aderente al testo antico. Detto questo è d’obbligo chiedersi: ma si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini che stando così le cose questo “errore” oggi “finalmente” corretto risale ai tempi della prima epoca apostolica e che nessuno, inclusi i grandi Padri e Santi Dottori della Chiesa che hanno fanno commenti esplicativi al Padre Nostro, ci aveva capito proprio niente, inclusi Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino?”

Era davvero opportuno questo cambio?

“Che dire, a questo punto aspettiamoci che una squadra di esegeti cambi anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione. Poi aspettiamo l’intervento dei biblisti, soprattutto quelli col flûte di Martini in mano, detti anche gli irriducibili Martinitt, per riscrivere e attualizzare vari passi biblici, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta attraverso la commissione del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, essendo appunto testi del Concilio Vaticano II, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8]”.

Ritiene che la gente continuerà ad usare la vecchia formulazione?

“A questo non so davvero rispondere, perché prima sarà necessario vedere in che modo i fedeli prenderanno questa variazione”.

Pensa che i fedeli davvero comprendano tanti mutamenti?

“Una cosa è certa, ed è un fatto evidente e non passibile di smentita: i fedeli ci stanno punendo da anni con l’indifferenza, non reputandoci più nemmeno meritevoli di critiche. La prova inconfutabile sono le nostre chiese sempre più vuote, mentre sulle colonne degli organi di stampa della Sinistra internazionale, comprese persino le Sinistre radicali, si inneggia alla «rivoluzione epocale» in corso nella Chiesa Cattolica, magnificata da persone che non sarebbero in grado di citare le prime cinque parole del Credo e che hanno trascorso le loro esistenze e impiegato le loro risorse intellettuali per combattere in ogni modo la tradizione e la morale cattolica”.

Un’ultima domanda sul Cammino neocatecumenale sul quale di recente ha pubblicato un libro: che cosa fare per limitarne la portata?

“Possiamo solo sperare che questa aggregazione che ha recato tanti danni alla Chiesa e al Corpo dei Fedeli, si dissolva divorandosi da sé stessa al proprio interno. Considerando che ormai viviamo in una Chiesa nella quale, tra barche di migranti messe sugli stemmi cardinalizi e croci di legno che penzolano dal collo dei nuovi vescovi pauperisti, molti aspirano a divenire vescovi e cardinali cavalcando in modo trasformista e spregiudicato l’onda, però, una responsabilità, o anche una assunzione persino minima di responsabilità, quella non se la prende proprio nessuno. Figurarsi chi mai oserebbe, oggi, fare la voce grossa ai Neocatecumenali”.

 

Bruno Volpe

 

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