Francesco svela alla Comunità greco-cattolica ucraina di aver percepito di “non poter tornare” in Argentina dopo il Conclave

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Domenica 28 gennaio 2018, visitando la basilica di Santa Sofia a Roma Papa Francesco ha fatto un breve discorso alla comunità greco-cattolica ucraina. «Vi ringrazio per la vostra accoglienza e per la fedeltà di sempre, fedeltà a Dio e al successore di Pietro, che non poche volte è stata pagata a caro prezzo». Ricordando il Cardinal Slipyj, Francesco ha detto che «ha voluto ed edificato questa luminosa Basilica, perché splendesse come segno profetico di libertà negli anni in cui a tanti luoghi di culto l’accesso era impedito. Ma con le sofferenze patite e offerte al Signore ha contribuito a costruire un altro tempio, persino più grande e bello, l’edificio di pietre vive che siete voi».

Parlando del Vescovo Chmil, morto quarant’anni fa e sepolto nella Basilica, il Papa ha detto che era «una persona che mi ha fatto tanto bene. È indelebile in me il ricordo di quando, da giovane – avevo dodici anni – assistevo alla sua Messa; lui mi ha insegnato a servire la Messa, a leggere l’alfabeto vostro, a rispondere alle varie parti…; da lui ho appreso, in questo servizio alla Messa – tre volte alla settimana lo facevo –, la bellezza della vostra liturgia; dai suoi racconti la viva testimonianza di quanto la fede sia stata provata e forgiata in mezzo alle terribili persecuzioni ateiste del secolo scorso. Sono molto grato a lui e ai vostri numerosi “eroi della fede”: coloro che, come Gesù, hanno seminato nella via della croce, generando una messe feconda. Perché la vera vittoria cristiana è sempre nel segno della croce, nostro stendardo di speranza».

Ricordando il Cardinale Husar, il Papa rivela: «siamo stati fatti cardinali lo stesso giorno. Lui non è stato solo “padre e capo” della vostra Chiesa, ma guida e fratello maggiore di tanti; Lei, cara Beatitudine, lo porta nel cuore, e molti ne conserveranno per sempre l’affetto, la gentilezza, la presenza vigile e orante fino alla fine. Cieco, ma guardava al di là. Questi testimoni del passato sono stati aperti al futuro di Dio e perciò danno speranza al presente. Diversi tra voi hanno avuto forse la grazia di conoscerli. Quando varcate la soglia di questo tempio, ricordate, fate memoria dei padri e delle madri nella fede, perché sono i basamenti che ci reggono: quelli che ci hanno insegnato il Vangelo con la vita ancora ci orientano e ci accompagnano nel cammino. L’Arcivescovo Maggiore ha parlato delle mamme, delle nonne ucraine, che trasmettono la fede, hanno trasmesso la fede, con coraggio; hanno battezzato i figli, i nipoti, con coraggio».

Riflettendo sul cammino delle comunità greco-cattoliche ucraine di tutto il mondo che hanno espresso il loro programma pastorale in una frase (“La parrocchia vivente è il luogo d’incontro con il Cristo vivente”), il Papa ha ricordato che «la Chiesa è incontro, è il luogo dove guarire la solitudine, dove vincere la tentazione di isolarsi e di chiudersi, dove attingere la forza per superare i ripiegamenti su se stessi. La comunità è allora il luogo dove condividere le gioie e le fatiche, dove portare i pesi del cuore, le insoddisfazioni della vita e la nostalgia di casa. Qui Dio vi attende per rendere sempre più sicura la vostra speranza, perché quando s’incontra il Signore tutto viene attraversato dalla sua speranza. Vi auguro di attingere sempre qui il pane per il cammino di ogni giorno, la consolazione del cuore, la guarigione delle ferite. La seconda parola è vivente. Gesù è il vivente, è risorto e vivo e così lo incontriamo nella Chiesa, nella Liturgia, nella Parola. Ogni sua comunità, allora, non può che profumare di vita. La parrocchia non è un museo di ricordi del passato o un simbolo di presenza sul territorio, ma è il cuore della missione della Chiesa, dove si riceve e si condivide la vita nuova, quella vita che vince il peccato, la morte, la tristezza, ogni tristezza, e mantiene giovane il cuore. Se la fede nascerà dall’incontro e parlerà alla vita, il tesoro che avete ricevuto dai vostri padri sarà ben custodito. Saprete così offrire i beni inestimabili della vostra tradizione anche alle giovani generazioni, che accolgono la fede soprattutto quando percepiscono la Chiesa vicina e vivace. I giovani hanno bisogno di percepire questo: che la Chiesa non è un museo, che la Chiesa non è un sepolcro, che Dio non è una cosa lì… no, che la Chiesa è viva, che la Chiesa dà vita e che Dio è Gesù Cristo in mezzo alla Chiesa, è Cristo vivente».
Parlando delle donne della comunità, apostole di carità e di fede, Francesco ha detto: «siete preziose e portate in molte famiglie italiane l’annuncio di Dio nel migliore dei modi, quando con il vostro servizio vi prendete cura delle persone attraverso una presenza premurosa e non invadente. Questo è molto importante: non invadente…, [fatta di] testimonianza… E allora [fa dire]: “Questa donna è buona…”; e la fede viene, viene trasmessa la fede. Vi invito a considerare il vostro lavoro, faticoso e spesso poco appagante, non solo come un mestiere, ma come una missione: siete i punti di riferimento nella vita di tanti anziani, le sorelle che fanno loro sentire di non essere soli. Portate il conforto e la tenerezza di Dio a chi, nella vita, si dispone a prepararsi all’incontro con lui. È un grande ministero di prossimità e di vicinanza, gradito a Dio, di cui vi ringrazio. E voi, che fate questo mestiere di badanti degli anziani, vedete che loro vanno al di là, e forse li dimenticate, perché ne viene un altro, e un altro… Sì, ricordate i nomi… Ma saranno loro ad aprirvi la porta, lassù, saranno loro. Comprendo che, mentre siete qui, il cuore palpita per il vostro Paese, e palpita non solo di affetto, ma anche di angoscia, soprattutto per il flagello della guerra e per le difficoltà economiche. Sono qui per dirvi che vi sono vicino: vicino col cuore, vicino con la preghiera, vicino quando celebro l’Eucaristia. Lì supplico il Principe della Pace perché tacciano le armi. Gli chiedo anche che non abbiate più bisogno di compiere immani sacrifici per mantenere i vostri cari. Prego perché nei cuori di ciascuno non si spenga mai la speranza, ma si rinnovi il coraggio di andare avanti, di ricominciare sempre».

Infine il Papa fa una confidenza, svela un segreto. «La notte, prima di andare a letto, e al mattino, quando mi sveglio, sempre “mi incontro con gli ucraini”. Perché? Perché quando il vostro Arcivescovo Maggiore è venuto in Argentina, quando l’ho visto io ho pensato che fosse il “chierichetto” della Chiesa ucraina: ma era l’Arcivescovo! Ha fatto un bel lavoro, in Argentina. Ci incontravamo insieme, abbastanza spesso. Poi, un giorno è andato al Sinodo ed è tornato Arcivescovo Maggiore, per congedarsi. Il giorno in cui si è congedato, mi ha regalato un’icona bellissima della Madonna della tenerezza. E io a Buenos Aires l’ho portata in camera mia, e ogni notte la salutavo, e al mattino anche, un’abitudine. Poi toccò a me fare il viaggio a Roma e non poter tornare – lui poté tornare, io no! –. E mi sono fatto portare i tre libri del breviario che non avevo portato, e le cose più essenziali, e quella Madonna della tenerezza. E ogni notte, prima di andare a letto, bacio la Madonna della tenerezza che mi ha regalato il vostro Arcivescovo Maggiore, e al mattino anche, la saluto. Così si può dire che incomincio la giornata e la finisco “in ucraino”».

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