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Il Vangelo dei Domenica 2 luglio 2023 –  XIII domenica per annum
Dal vangelo secondo Matteo 10,37-42

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. 
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». 

COMMENTO DI DON RUGGERO GORLETTI

L’esito del giudizio che Dio darà a ciascuno di noi al termine della sua vita dipende solo da noi. Ci diceva Gesù, nel Vangelo di domenica scorsa, che chi lo riconoscerà sulla terra sarà riconosciuto dal Padre nei cieli. Il tremendo giudizio di Dio è posto nelle mie mani. Sono io che decido, in questa vita, del mio destino eterno.

La testimonianza da dare al Signore, quella testimonianza che ci salva, non si da solo a parole, ma nel modo in cui decidiamo di vivere. Se nella quotidianità delle azioni e nella straordinarietà delle persecuzioni avrò dato testimonianza a Dio, il Padre mi accoglierà nel suo regno di luce e di pace. La testimonianza è data corrispondendo all’amore che in ogni momento Dio riversa sulla nostra vita, anche quando non ce ne accorgiamo.

La testimonianza di Dio, la testimonianza che salva la nostra vita terrena dal nonsenso e dal disagio, e la nostra vita eterna dal male e dalla disperazione, è ricambiare l’amore che Dio ci dona. Ed è un amore esclusivo, che viene prima di ogni cosa: «Chi ama il padre o la madre […] il figlio o la figlia più di me non è degno di me». L’amore di Dio può essere rifiutato, ma non può essere messo in secondo piano. Non sarebbe amore. Questo non significa che essere cristiani ci allontana dagli affetti e dai doveri naturali, vuole dire che anche gli affetti più cari e più santi, quali sono quelli della famiglia, vengono vissuti alla luce dell’amore per Dio. Se così non fosse questi affetti non sarebbero veri, non sarebbero appaganti, sarebbero anzi qualcosa di distruttivo. Solo Dio riempie il nostro cuore, ci ricorda Sant’Agostino.

Gesù ci invita a prendere la croce, ma non una croce qualsiasi. Ci invita a prendere la nostra croce. È quella lotta contro il male che è solo nostra. Solamente Gesù, l’unico senza colpa, ha portato la croce di altri, ha portato la nostra croce. Ognuno ha la propria croce da portare. La croce va portata seguendo Gesù, sulla strada che Egli ci indica. Su questa strada Egli sarà lì ad aiutarci a portarla e quando diventa troppo pesante Gesù stesso diventa il nostro Cireneo. Non dobbiamo temere di prendere la nostra croce, di portarla seguendo il Signore sulla strada che ci ha indicato. Egli è lì per aiutarci a portarla.

Gesù ci invita a non cercare di trattenere per noi la nostra vita, cercando di evitare la croce: in questo modo la vita si perde, non solo perché siamo inevitabilmente destinati a morire, ma una vita non spesa per Dio e per il prossimo, vissuta nell’egoismo e nella ricerca dell’affermazione di sé, ci allontana dall’amore di Dio, dalla sua pace, dalla sua gioia. La vita donata non è buttata via, è offerta a Dio, che ce la restituisce con gli interessi già in questa vita, pur in mezzo alle amarezze e alle difficoltà, e ce la restituirà pienamente nella vita eterna.

L’amore di Dio, l’amore per il prossimo non può essere vissuto se non nell’amore per Cristo e per la Chiesa: «chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Credere in Dio non significa credere in un «dio» pallido e lontano, che magari ha dato origine al mondo ma che non si occupa della nostra vita, ma significa credere nel Dio vivo e vero, realmente esistente, che ha creato il mondo, ha creato ognuno di noi, e ci dona la vita ogni secondo, e credere in Dio è quasi impossibile senza credere in Cristo: non in un Cristo ridotto ad un uomo saggio, un uomo buono, un esperto di pace e di fratellanza, ma nel Figlio di Dio fatto uomo, che con il suo sangue ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e sarà il giudice finale delle nostre azioni. E sarà poi ben difficile, e addirittura quasi impossibile per noi che abbiamo ricevuto senza nostro merito la pienezza della rivelazione, riconoscere Cristo senza riconoscere la sua eredità e il suo insegnamento nella Chiesa cattolica apostolica romana. Anche se vediamo bene i difetti e i peccati di noi suoi membri, sappiamo comunque che la Chiesa è la sposa pura e immacolata del nostro Salvatore, la garante della sua parola e del suo insegnamento di salvezza. Rifiutare la Chiesa significa rifiutare Cristo, e rifiutare Cristo significa rifiutare Dio, ponendo le premesse a livello personale per il fallimento della nostra vita e a livello sociale per un mondo sempre più triste e disumano. Questo è ciò che stiamo vedendo in questi tempi, nel quale il Vangelo della salvezza è sempre più rifiutato, ma la gente non sembra affatto essere più libera e felice, anzi!

Cristo ci chiede di testimoniarlo senza tentennamenti, con semplicità e con decisione. Ci chiede di servirlo amando Dio, cercando con il suo aiuto di fare la sua volontà, e amando i fratelli, nei modi e nelle situazioni che il Signore ogni giorno ci mette davanti.  Questa è la testimonianza che salverà le nostre anime.

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