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Alberto Bagnai: “La famiglia è un luogo di resistenza a dinamiche economiche totalitarie”

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“I media stanno scatenando una guerra tra poveri, cercando di far credere ai giovani che gli anziani siano un peso per il loro futuro. È uno spregevole stereotipo”, ha scritto il senatore della Lega prof. Alberto Bagnai, Presidente della 6ª Commissione Finanze del Senato della Repubblica.

“Noi, invece, consideriamo gli anziani una risorsa, nonché un importante motore di sviluppo economico e sociale. Da parte mia, nella scorsa legge di Bilancio, mi sono occupato di come stabilire una fiscalità di vantaggio per i titolari di redditi di pensioni da fonte estera che si stabiliscano nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia”.

Il senatore Bagnai ne ha parlato questa mattina a Palazzo Giustiniani, durante la presentazione del primo rapporto Censis sulla cosiddetta “Silver economy”.

Qui il suo intervento:

Bagnai, nato a Firenze nel 1962, sposato, ha 2 figli. Professore associato di politica economica presso la facoltà di economia dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara, Bagnai dal 2012 è ricercatore associato al CREAM presso l’Università di Rouen in Francia e dal 2013 è membro del direttivo dell’International Network for Economic Research. Nello stesso anno ha costituito l’Associazione Italiana per lo Studio delle Asimmetrie Economiche, che attualmente presiede. Le ricerche del prof Bagnai sono concentrate sullo studio degli squilibri dei conti pubblici e di conti esteri nei paesi emergenti, nell’economia globale e nell’Eurozona, e più in generale sulle relazioni fra commercio internazionale e crescita. Ciò lo ha condotto a specializzarsi nell’analisi di scenari macroeconomici, attività che ha svolto anche nel quadro di progetti della Commissione Europea e di Progetti di Rilevante Interesse Nazionale.

Di orientamento fortemente euroscettico e antimondialista, Bagnai si definisce un economista post-keynesiano ed aderisce alla visione ortodossa espressa da economisti come James Meade, Anthony Thirlwall, Martin Feldstein, secondo la quale non esistono i presupposti strutturali perché l’Europa possa dotarsi di una moneta unica. In questo contesto, e in forte polemica con altri economisti, sostiene che il principio della convergenza verso parametri rigidi, sancito dal Trattato di Maastricht, successivamente ripreso dal Patto di stabilità e crescita (PSC) nel 1997, sottoscritto dai paesi membri dell’Unione europea e ulteriormente ribadito nel 2012 con il Patto di bilancio europeo (noto anche come “fiscal compact”), è logicamente incompatibile con la condivisione di un progetto politico comune e quindi di un’Europa federale, presupposto per l’effettiva sostenibilità di una moneta unica europea, l’euro, in sostituzione delle rispettive valute nazionali.

Alberto Bagnai ritiene, sulla base di questo, che gli squilibri macroeconomici affermatisi nella Zona euro negli ultimi quindici anni siano derivati non tanto da un problema di insostenibilità del debito pubblico, che negli anni antecedenti la crisi del 2008 era tenuto sotto controllo dai policy makers, quanto dall’eccessivo indebitamento estero da parte di famiglie e imprese.

Sul tema delle unioni valutarie, Bagnai in particolare ha portato avanti in Italia il lavoro dell’economista argentino Roberto Frenkel. Quest’ultimo, con riferimento alle dinamiche della dollarizzazione dell’Argentina e al successivo sganciamento di quest’ultima dall’unione valutaria con il dollaro nel 2001, ha elaborato un modello in sette passi (Ciclo di Frenkel) per spiegare quello che accade ai paesi più deboli quando, in mancanza di compensazione degli squilibri e in presenza di una forte liberalizzazione del mercato dei capitali, ancorano la loro valuta a una più forte.

Rifacendosi al pensiero di Nicholas Kaldor, Bagnai afferma che l’adesione all’euro, comprimendo le esportazioni dell’Italia, ha inciso negativamente sulla produttività dell’economia italiana. Nel 2013, Bagnai ha firmato, con politici ed economisti europei, quali Stefan Kawalec, Frits Bolkestein, Hans-Olaf Henkel, Costas Lapavitsas e Jacques Sapir, il Manifesto di Solidarietà Europea, che partendo dall’assunto dell’impossibilità di proseguire con il progetto di integrazione monetaria, ne suggerisce lo smantellamento partendo dalla secessione dei paesi più competitivi.

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