Il cardinal Bagnasco: “il Cristianesimo non è una ‘religione civile’ e l’altare non è a servizio di nessun trono”

 

La Fede Quotidiana pubblica l’intervento (Prolusione) del Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova e Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, tenuto durante la Plenaria CCEE lo scorso 3 ottobre 2019, a Santiago de Compostela.

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“Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza”

1. Un simbolo

Vorrei partire da un evento che ha lasciato attoniti non solo la Francia e l’Europa, ma il mondo: il rogo della Cattedrale di Parigi. I segni fanno parte della nostra umanità, ma a volte sono guardati con indifferenza, se non addirittura con fastidio. Quando però improvvisamente vengono meno, allora la coscienza si scuote, sente che qualcosa di profondo è stato ferito, che un nervo è rimasto scoperto, poiché i simboli religiosi – ancorché disattesi nella pratica – sono lì a ricordare chi siamo e dove stiamo andando. Di fronte alla cattedrale in fiamme, il mondo si è fermato incredulo. Il Medioevo l’aveva pensata – Notre-Dame –, in tutta la sua ardita bellezza, radicata nella terra e svettante verso il cielo, testimonianza e richiamo alla verità dello spirito, sintesi dell’Europa che, oggi bruciata dalle fiamme, in realtà è povera del fuoco del Vangelo. Di fronte alla Cattedrale forse molti si sono domandati: può il Cristianesimo, che ha concepito tanta bellezza, essere nemico dell’uomo? Potrebbe non avere a cuore l’uomo, non essere lievito di civiltà, di dignità, di pace? Nel buio e tra il fumo, abbiamo visto stagliarsi intatta la croce illuminata dalle fiamme: come non rimanere sopraffatti da tanta simbolica potenza? Quasi un messaggio per il mondo! Non vogliamo fare i visionari, ma come sottrarci alla suggestione delle immagini e degli eventi? Essi sono più eloquenti delle parole! A chi ha chiesto: “Che cosa è bruciato nel rogo oltre la cattedrale”, mi è venuto da rispondere: “Forse è bruciata un po’ di indifferenza”, l’indifferenza verso ciò che siamo, a ciò che l’Europa è dalle sue origini. Il significato più vero di ciò che è accaduto è rivelato dalle tante persone che, dinanzi al rogo, si sono inginocchiate a pregare e a cantare il Regina Coeli: parole che hanno attraversato la storia come un distillato di fede, evocazione di un vivere insieme più umile e fraterno, più realista e coeso. Vengono alla mente le parole argute di Chesterton: “Il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma alla fine è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dalla tomba”! In quella notte si è fatta più viva una percezione che sembrava ormai languida: quella di essere europei, e che quanto era accaduto riguardava tutti, al di là di incomprensioni e contrasti, interessi di parte e sospetti reciproci, al di là di certe arroganze e di burocrazie pesanti.

Il Continente europeo – dall’Atlantico agli Urali – ha le carte in regola per costituirsi come un soggetto plurimo e unito, forte e rispettoso dei diversi popoli, convinto che le differenze sono la base di qualunque unione. L’appartenenza alla propria terra, l’avere avuto una storia peculiare, non di rado confliggente con Stati vicini, non necessariamente oscura la coscienza di avere radici comuni. Correnti spirituali, religiose e culturali diverse hanno trovato sintesi nel grande alveo del Vangelo. Questa coscienza nazionale e continentale fa ancora fatica a consolidarsi e ad espandersi, ma è la via necessaria.

2. Sentinella, a che punto è la notte? (Is 21, 11)

Il migliore alleato del Vangelo non sono le nostre organizzazioni, le risorse, i programmi, ma l’uomo: l’uomo in ogni tempo, in qualunque situazione, civiltà, cultura. La cultura odierna non ama ascoltare idee diverse da quelle che pensa, convinta che la civiltà sia tutta da ripensare, e le verità più elementari – come la vita e la morte, l’amore e la libertà, la solidarietà e il diritto – siano da riscrivere. Tuttavia, gli uomini hanno un desiderio segreto: sperano di incontrare qualcuno che aiuti la loro coscienza a risvegliarsi, a risvegliare le questioni decisive dell’esistenza, del destino, del futuro oltre la morte, del male che ferisce l’umano, e dei mali che violentano la vita e il cosmo: “In faccia alla morte, l’enigma della condizione umana diventa sommo (…) Il germe dell’eternità che porta l’uomo in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte” (Conc. Vat. II, GS 18).

Nelle cose più belle della vita, nelle esperienze più liete e gli affetti più cari, l’uomo sente che gli sfuggono due cose: il “tutto” e il “per sempre”. Vorrebbe una gioia piena che non finisse mai. Per questo avverte di essere una sinfonia meravigliosa ma incompiuta, una creatura di confine fra il tempo e l’eterno, segnato da una sottile nostalgia di “un di più”, che vede non essere nelle sue mani. Una nostalgia che non è condanna, ma grazia!

Possiamo dire che l’uomo occidentale appare confuso, ma nella sua confusione si nasconde un’opportunità di un risveglio, spesso lento e incerto, a volte improvviso come un lampo. È il risveglio dell’anima! Il processo è ormai iniziato e nessuno potrà fermarlo, perché l’uomo non può vivere senza verità e in radicale solitudine. Non è forse questo il kairòs dell’ora? Su questo tornante noi non vogliamo mancare, dobbiamo essere come sentinelle del mattino, vigili e pronte per indicare il nuovo giorno. Ma esiste anche un altro segnale che può essere letto come “segno dei tempi”: la gente, specialmente il popolo dei piccoli, comincia a interrogarsi circa fenomeni talmente inediti da destare interrogativi sul versante spirituale, etico, culturale e sociale. Sul futuro dell’umanità. Anche questo è un indice e un appello per noi Pastori. In conclusione, si tratta di risvegliare le domande che sonnecchiano in fondo all’anima: esse possono essere anche anestetizzate, ma non possono morire, perché il Creatore le ha scritte nella coscienza come un benefico tormento, affinché l’uomo non possa accontentarsi di nulla che sia meno di Dio. Appartiene, dunque, all’evangelizzazione sia risvegliare le domande decisive, e sia annunciare il Signore della vita e della speranza.

3. Chi è l’uomo perché te ne curi? (Sal 8)

L’attenzione e la premura della Chiesa verso l’Europa è ispirata dalle parole del Signore che invia i suoi discepoli sino ai confini della terra per annunciare il Vangelo della grazia. Sappiamo che la “buona notizia” non è un’idea o un codice etico, ma la persona di Gesù. Quando si oscura l’antropologia che si svela in Cristo crocifisso e glorioso, allora anche la società, prima o dopo, si distorce e diventa disumana. Inizialmente – quando ci si allontana da Dio – può sembrare che tutto proceda ugualmente bene (i rapporti interpersonali, le strutture sociali, la politica, l’economia, lo stato sociale, la cultura e l’educazione), ma in realtà si vive di rendita, si continua a pensare nella “luminosità” del Vangelo, nella sua “eco”. Si continua a camminare cristianamente per inerzia, sempre meno consapevoli. Ma questo stato di cose non dura per sempre: prima o poi la forza iniziale si esaurisce. Il volto dell’uomo, della sua dignità, si annebbia, prevale l’interesse immediato, i poveri rimangono sulla strada mentre gli altri vanno avanti. Persino la casa del creato è rapinata nella logica del dominio, aumentando povertà e squilibri planetari. Anche in questa prospettiva, il Santo Padre Francesco ha indetto il Sinodo Panamazzonico. Vogliamo ribadire che il cristianesimo non è una “religione civile” e l’altare non è a servizio di nessun trono. In Cristo tutto ciò che è umano entra in una dimensione nuova di verità, di elevazione e di pienezza. Anche la convivenza sociale è segnata dalla luce dell’apertura e della solidarietà.

4. Sperare contro ogni speranza (cfr. Rm 4,18)

La domanda che abita il nostro cuore di Pastori che presiedono le Conferenze Episcopali dei rispettivi Paesi, è: che cosa possiamo fare noi? Che cosa lo Spirito dice alle Chiese? Come contribuire al cammino europeo? Nella scorsa Plenaria a Poznan, nel dialogo dei gruppi e in assemblea, è parso emergere un desiderio: conoscere meglio le nostre storie, le diverse aree culturali, non per curiosità intellettuale, ma per crescere nella comprensione e nella accoglienza dell’amore: amore a Dio e ai nostri popoli, amore per l’unica Chiesa che riflette la multiforme luce di Cristo (cfr. LG1), amore per il mondo. Noi crediamo che la vera risposta della Chiesa al Continente è Gesù Cristo, volto del Padre e salvezza dell’uomo. Inoltre, siamo convinti che, a fronte di un contesto sociale e culturale segnato da contrapposizioni, sospetti, individualismi e delusioni, nostro dovere è salire sui tetti e annunciare le luci che ci sono: luci della Luce che è Cristo Signore.

Noi sappiamo che, dentro alle diverse storie e tradizioni, nelle sfide vecchie e nuove, ci sono elementi di speranza: tra questi, i Santi dei nostri Paesi sono come fiaccole che incoraggiano il presente e annunciano il futuro. Sono come avamposti del mondo che viene, che è già tra noi anche se a volte il suo mistero mette a prova la fede e la perseveranza.

Da questo santuario – ricco di secoli e di fede – vorremmo dare un messaggio di speranza all’Europa in affanno; vorremmo da qui ricordare che negare le origini è premessa di smarrimento personale e sociale. Lo scorso anno, abbiamo ricordato in Polonia la testimonianza della solidarietà evangelica. Ai 100 milioni di volontari cattolici operanti nel Continente rinnoviamo la nostra gratitudine e li incoraggiamo a continuare per il bene di tutti.

Quest’anno, dalla Spagna, vogliamo annunciare un altro frutto del Vangelo: il bene diffuso con la fantasia dell’amore, i valori alti dell’uomo e del cristiano, la santità dei santi e dei martiri che – come fili d’oro – intessono, ieri e oggi, la trama popolare, l’anima più vera e profonda delle nostre terre. Dalla tomba dell’Apostolo Giacomo, vorremmo fare anche un appello caldo e insistente affinché, con tutti i Fratelli delle diverse Confessioni Cristiane, possiamo essere insieme lievito dell’Europa. Tutto ciò che riguarda l’uomo ci interessa! La sua vita, la famiglia, la giustizia e la pace, i poveri e i migranti, l’ambiente e il creato, lo sviluppo giusto e sostenibile, il bene dell’anima, il diritto di rimanere nella propria Patria o di partire… la vita eterna! Tutto appartiene alla fede! Su queste sfide i cristiani hanno molto da testimoniare e da dire insieme. A questo riguardo, mi è caro informare sull’incontro dei Vescovi Orientali dell’Europa che abbiamo fatto a Roma (12-14 settembre 2019) con l’incoraggiante udienza del Santo Padre. L’intenso dialogo e la riflessione si sono concentrati sull’ecumenismo nei rispettivi Paesi.

Mi si consenta, cari Confratelli, una breve testimonianza personale: ho portato ai cristiani della Siria il vostro saluto e vi porto il loro. Ho avuto la grazia, infatti, di visitarli alcuni giorni fa. In mezzo a devastanti e diffuse macerie, nella mancanza di tutto, nella incertezza del futuro, ho incontrato cristiani pieni di coraggio e di speranza, La loro forza non viene dalle risorse che sono inesistenti – è necessario che le nostre Chiese continuino ad aiutarli – né da organizzazioni interne: la loro forza è spirituale, viene dal mondo invisibile di Dio che in loro si dà a vedere. Ad essi noi siamo debitori della speranza, che non muore di fronte a nessuna distruzione e indigenza. Insieme alla preghiera delle nostre Chiese, cercheremo di assicurare ogni possibile aiuto.

Cari Confratelli, sorgerà mai quel mondo di giustizia e di pace, umano e vivibile per tutti? Insieme alle persone di buona volontà, i discepoli del Signore sanno di essere investiti anche di questa missione, come umili e generosi operai. L’Apostolo Giacomo ci aiuti a pensare alle luci che ci sono nei nostri Popoli. Anche noi vediamo tenebre, ma proprio perché le vediamo vogliamo indicare le luci, sapendo che il male non potrà mai vincere il bene.

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