USI e ABUSI di Aurelio Porfiri – Che fine ha fatto il canto del Credo nelle chiese?

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Qualcuno forse sarà sorpreso in quanto ho messo tra virgolette, nel titolo di questo articolo, la parola “canto”. Infatti, se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere una cosa. Il Santo ancora si canta abbastanza, come l’Agnello di Dio; il Kyrie eleison o Signore Pietà viene spesso tirato via con una recitazione affrettata, il Gloria è un poco la cenerentola dell’Ordinarium, spesso eseguito in modo errato in forma responsoriale, come dicemmo tempo addietro. Ma se c’è una parte dell’Ordinarium Missae che proprio è andata a farsi benedire è il Credo. Sfido chiunque a ricordare una versione del Credo in italiano. Io stesso, che sono in mezzo a queste cose da quasi quarant’anni, faccio fatica a ricordarla. In latino abbiamo ancora il Credo III che in qualche stratificazione dei fedeli, con orientamento più conservatore, ancora resiste. Ma anche questo è stato tirato giù dalla furia distruttrice del post concilio.
 
Per tornare all’italiano, anche qui ricordo qualche infausto tentativo responsoriale, ma non si è mai veramente affermato. Il Credo, la professione di fede, dovrebbe essere fatta da tutti, ma non è sbagliato che in parte o per intero, in certi tempi liturgici o in certe solennità, l’assemblea possa essere rappresentata dal coro ben formato. Infatti non dimentichiamo che un coro fa un servizio non solo quando e se canta, ma pure se canta bene. Ascoltare un coro che canta male è un tormento e fa poi odiare quello che cantano, nonnfacendo un servizio neanche alla musica sacra.
 
Ricordo tempo fa di aver ascoltato suore che cantavano gregoriano in modo lacerante, un vero tormento. Ora, se io non conoscessi il canto gregoriano direi che questo repertorio è una lagna pazzesca, giudicando da quella esecuzione. Così, ovviamente, non è. Tornando al Credo, come ovviare alle difficoltà nel farlo eseguire da un assemblea vista la lunghezza e la complessità del testo? Ci torneremo presto.
 
Aurelio Porfiri

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