Spagna, in migliaia vogliono beatificazione di Francisco Franco | lafedequotidiana.it

Spagna, in migliaia vogliono beatificazione di Francisco Franco

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Pilar Gutiérrez, figlia dell’ex ministro franchista della Pianificazione per lo Sviluppo Joaquín Gutiérrez Cano, donna diventata molto popolare ultimamente a causa delle sue ripetute apparizioni in televisione, fondatrice della Fondazione Francisco Franco, sta cercando di raccogliere testimonianze che ratifichino i miracoli del generalissimo, che ha retto la Spagna dal 1939 al 1975, e le intercessioni che avrebbe ottenuto.

El Periódico ha spiegato che la signora ha presentato, dinanzi alla “plenaria della Conferenza episcopale”, una difesa della “causa santa” di Franco, con sei argomenti: la sua “lotta risoluta contro la povertà endemica della Spagna”; la “magnanimità con i suoi nemici che ha portato alla commutazione di migliaia di condanne a morte”; la “pace sociale e unità fraterna e politica” degli spagnoli; la “rigenerazione morale di una nazione”; l'”aver salvato la Chiesa dal suo sterminio in Spagna e in Europa” e, infine, il ristabilimento “del Regno di Cristo in Spagna applicando la dottrina sociale della Chiesa”.

L’idea era stata lanciata il 20 novembre, anniversario della morte di Franco, ma ora la Gutierrez ha fatto un primo passo formale scrivendo a tutti i vescovi della Spagna per sollecitare una lettera alla Santa Sede e per iniziare il processo, prima di beatificazione e, quindi, se c’è più di un miracolo, di santificazione.

La Gutierrez ha accompagnato la  sua lettera ai vescovi con 5.241 firme di persone che sostengono un manifesto che definisce Francisco Franco come “servo di Dio”.

Il quotidiano catalano ha riportato anche alcuni esempi di guarigione che sarebbe avvenuti per intercessione del “generalissimo”, come il caso della guarigione di una signora che aveva un ganglio maligno, guarita dopo che la sorella ha chiesto l’intercessione di Franco presso la Valle dei Caduti.

Come ha scritto Giuseppe Romano nel libro “Opus Dei. Un’indagine” (Mondadori, 1993), “Franco era un dittatore, ma non un Mussolini o un Hitler. Tanto per cominciare, il suo regime è vissuto e morto – salvo numerabili eccezioni – in modo tutto sommato incruento, dando luogo, quasi spontaneamente, a un’evoluzione democratica nel segno della monarchia retta da Juan Carlos, secondo i disegni del Caudillo. Franco ha posto fine, bene o male, alla guerra civile più sanguinosa nella storia dell’Occidente, e subito dopo ha evitato al suo Paese il cruento pedaggio della guerra mondiale. In politica estera e in diplomazia, a fronte di una situazione difficilissima, ha ottenuto successi inconfutabili.
Tanto che “Vida Nueva”, una rivista apertamente contraria al regime, scriveva (Rafael Gómez Pérez, El franquismo y la Iglesia, Madrid, Rialp, 1986, p. 187) all’indomani del funerale: “La morte di Franco è stata – e crediamo che nessuno possa discuterlo – una scossa alla coscienza nazionale. Abbiamo visto centinaia, migliaia di occhi che piangevano, abbiamo toccato il silenzio commosso e commovente di Madrid, per lunghi giorni. Un’ondata di sincero affetto e profondo rispetto, l’entusiasmo di molti davanti a una figura che era per loro un eroe, un salvatore, quasi un santo. E non erano, certo, dei favoriti dalla fortuna o dalla politica: erano ricchi e poveri, colti e semplici, vecchi e giovani”.

Antonio Fontàn, sul “Deutsche Tagespost” del 18 maggio 1991, aveva scritto che “il regime autoritario di Franco non dovette temere, all’origine, alcuna opposizione seria dal lato cattolico. Ciò soprattutto perché sussisteva il fatto sanguinoso che lo sconfitto Fronte Popolare aveva scatenato una crudele persecuzione contro la Chiesa”.

Infatti, nella Spagna “repubblicana” furono “assassinati all’inizio della guerra civile più di seimila sacerdoti, fra i quali tredici vescovi […]. Quando Franco prese il potere, terminò la politica discriminatoria verso la Chiesa. Si cominciarono a ricostruire le chiese e i monasteri, che erano ridotti a cumuli di macerie. I gesuiti recuperarono i beni sottratti dai repubblicani. Molte scuole private, in gran parte confessionali, furono equiparate a quelle statali; nelle aule si tornò a poter appendere i crocifissi. Il diritto matrimoniale tornò a corrispondere alle leggi ecclesiastiche. E così i cattolici, dopo la dura prova, poterono di nuovo respirare liberamente riguardo ai loro interessi confessionali”. Tuttavia Franco, con mano autoritaria, aveva fortemente limitato la libertà di associazione, di opinione, di stampa.

Da parte sua Francisco Franco, in un discorso del 14 maggio 1946 arrivò a dichiarare che “lo Stato perfetto, per noi, è lo Stato cattolico. Non ci basta che un popolo sia cristiano perché si compiano i precetti di una morale di quest’ordine; sono necessarie leggi che mantengano il principio e correggano l’abuso. L’abisso, la differenza più grande fra il nostro sistema e quello nazifascista è la caratteristica cattolica del regime che oggi presiede i destini della Spagna. Né razzismo, né persecuzioni religiose, né violenza sulle coscienze, né imperialismo sui vicini, né la minima ombra di crudeltà hanno spazio sotto il sentimento spirituale e cattolico che presiede la nostra vita”.

Secondo Rafael Gómez Pérez (El franquismo y la Iglesia, p. 55) “l’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica, romana e spagnola, davanti al regime di Franco durante il periodo 1939-62,si potrebbe riassumere in tre parole: riconoscenza, gratitudine, appoggio”.

Il 1° luglio 1937 i vescovi spagnoli avevano sottoscritto collettivamente una lettera aperta di questo tenore (soltanto due presuli rifiutarono di firmarla): “Malgrado il suo spirito di pace e il suo desiderio di evitare la guerra e di non prendervi parte, la Chiesa di Spagna non poteva assistere indifferente alla lotta. Da una parte si sopprimeva Dio, del quale la Chiesa deve realizzare l’opera in terra, e si causava alla stessa Chiesa un torto immenso, nelle persone, nelle cose e nei diritti, forse più di quanto non sia mai successo nella storia. Dall’altra parte si ergeva lo sforzo cosciente di chi combatteva per la conservazione del vecchio spirito spagnolo e cristiano.
Affermiamo che il sollevamento civil-militare ha una duplice radice: il sentimento patriottico, che ha visto nella sollevazione l’unica maniera di risollevare la Spagna ed evitare la sua definitiva rovina; e il sentimento religioso che lo considerò come la forza che doveva ridurre all’impotenza i nemici di Dio”.

Franco ha cercato e ottenuto una legittimazione in ambito ecclesiastico, mantenendo con la gerarchia spagnola un rapporto privilegiato anche negli anni successivi alla conclusione della guerra civile. Per esempio, nel concordato del 1953 fu stabilito che i vescovi dovessero giurare davanti al generale Franco: “Davanti a Dio e ai santi vangeli prometto e giuro di rispettare e di fare in modo che il mio clero rispetti il Capo dello Stato e il governo, secondo le leggi spagnole”.

La gerarchia spagnola, dal canto suo, anche perché davvero grata per l’aiuto ricevuto da Franco, non lesinò questo appoggio, andando talora anche al di là della prudenza e di certi moniti che giungevano dal Vaticano.
Il presidente dell’Azione Cattolica spagnola, Alberto Martin Artajo, il 25 luglio 1945 diviene ministro degli Esteri del nuovo governo di Franco. Prima di accettare chiese e ottenne il permesso dell’autorità ecclesiastica.
Più tardi, quando si verificherà il raffreddamento nei rapporti con il regime, un identico appoggio della Chiesa verrà sollecitato dagli oppositori del franchismo.

ADAM L. OTTER

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