Quindici teologi attaccano la Congregazione per la Dottrina della Fede

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Gerhard MuellerAttraverso una lettera indirizzata al Vaticano, diversi teologi firmatari della missiva contestano apertamente l’organismo della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), che funge allo stesso tempo da organo inquirente, pubblico ministero e giudice in materia di ortodossia.

Paul Collins, William Morris, Patrick Power (Australia), Charles Curran, Roy Bourgeois, Jeannine Gramick, Elizabeth A. Johnson, Paul Knitter (Usa), Ignatius O’Donovan, Owen O’Sullivan, Brian D’Arcy, Tony Flannery, Gerard Moloney (Irlanda), Teresa Forcades, Marciano Vidal (Spagna), sono i quindici firmatari (che negli anni passati sono stati giudicati dalla stessa Cdf per le loro iniziative contrarie al magistero della Chiesa, favorevoli a distorsioni di morale sessuale, aperture all’omosessualità, al sacerdozio femminile, ecc.) che attaccano la Congregazione guidata dal Cardinale Prefetto Gerhard Ludwig Müller.

Nella missiva scrivono che «i processi e le procedure della Congregazione per la Dottrina della Fede sono contrari alla giustizia naturale e necessitano di una riforma. Essi rappresentano i principi legali, i processi e la mentalità dell’assolutismo europeo del XVI e del XVII secolo. Non riflettono i valori evangelici di giustizia, verità, integrità e misericordia in cui la Chiesa professa di credere. Non sono adeguati ai concetti contemporanei di diritti umani, responsabilità e trasparenza che il mondo si aspetta dalla comunità cristiana e che la Chiesa cattolica richiede alle organizzazioni secolari. Lo scopo del nuovo approccio che proponiamo è quello di rispecchiare l’atteggiamento di Gesù (Mt 18,15-17) e di integrare i valori che il mondo considera basilari in una società che funzioni e che sia civile».

Quindi elencano otto punti che specificano le loro richieste: «1) Il principio fondamentale deve essere quello di evitare la denuncia anonima di persone sconosciute a coloro che vengono investigati. Nominandoli pubblicamente si bloccano denunce inconsistenti lanciate da individui o organizzazioni spesso del tutto incompetenti; 2) Lo stesso si applica ai consultori della Cdf nominati in segreto. I consultori devono essere noti e le loro qualifiche o competenze negli ambiti in esame devono essere vagliate. Ciò dà la possibilità a chi è oggetto di investigazione di conoscere i pregiudizi e l’esperienza/formazione o altro di ognuno dei consultori nominati dalla Cdf; 3) Tutta la questione dell’obbligo al segreto e dell’isolamento spesso insostenibile delle persone sotto inchiesta deve essere superata obbligando la Cdf a confrontarsi direttamente e di persona con esse. Non devono più essere trattate per interposta persona, terza o quarta, attraverso una rete di vescovi o superiori, i quali potrebbero persino essere stati gli accusatori principali della persona sotto inchiesta; 4) Le persone sotto inchiesta hanno spesso rilevato come la loro opera sia stata interpretata dai consultori della Cdf in modo erroneo o ingiusto, o come frasi od opinioni siano state totalmente estrapolate dal contesto, e come i chiarimenti che esse hanno addotto siano stati del tutto ignorati. Consultori di cui non hanno mai sentito parlare o del tutto sconosciuti diventano i soli arbitri della corretta interpretazione della loro opera. Vengono attribuite loro persino opinioni che non hanno. Il coinvolgimento delle persone sotto inchiesta e la loro difesa in qualche misura evita tutto questo. E garantisce che i consultori, la cui unica esperienza è quella delle scuole romane di teologia con la loro enfasi sugli approcci proposizionali alle posizioni dottrinali, vengano messi in discussione e non siano accettati come normativi per coloro che lavorano sul crinale profetico delle frontiere teologiche e ministeriali; 5) Le persone sotto inchiesta spesso si sono lamentate della totale rozzezza e della mancanza della più elementare buona educazione (per non parlare della carità cristiana) del personale della Cdf. Le lettere vengono ignorate o perse. I processi vengono tirati per le lunghe nel tentativo di logorare la resistenza di chi è investigato. Sono state poste sotto inchiesta e obbligate a rispondere ad accuse spesso stupide anche persone molto malate o vicine alla morte. Limiti temporali più rigidi e una comunicazione personale e diretta de visu eviterebbe tutto questo. Il supporto della difesa de visu e la consapevolezza che tutta la documentazione e i nomi degli accusatori e di tutto il personale implicato sarà rivelato alla più ampia comunità cattolica e ai media apporteranno in qualche misura una credibilità che al momento è totalmente assente nei processi della Cdf; 6) Si deve evitare che nei processi le stesse persone svolgano il ruolo di investigatori, pubblico ministero e giudici. Riportare i casi in corso al Sinodo dei vescovi fa sì che il processo decisionale venga sottratto alla Cdf e ricolloca le posizioni in esame all’interno del più ampio contesto culturale nel quale erano state originariamente elaborate; 7) La più ampia comunità dei teologi, del popolo di Dio e il sensum fidelium sono coinvolti nel discernimento della fede e del credere della Chiesa. La Cdf e i suoi consiglieri di stanza a Roma non devono più essere i soli arbitri della corretta dottrina e della fede; 8) Il processo non deve essere più caratterizzato dalle presunzioni assolutiste di un sistema giuridico antiquato che non ha nulla a che fare con il Vangelo. Il processo sarà mitigato dalla misericordia e dal perdono di Dio, e dal dialogo aperto che deve caratterizzare la comunità di Gesù. Esso integra in parte l’enfasi contemporanea sui diritti umani e la necessità della libertà di parola, del pluralismo, della trasparenza e della credibilità all’interno della comunità ecclesiale».

Continua, dunque, il grande assedio al cardinale Müller. Il prefetto dell’ex Sant’Uffizio è stato messo fuori gioco nei due appuntamenti sinodali sulla famiglia, non è stato chiamato a presentare l’Amoris Laetitiae (presente, invece, un componente della CdF, il card. Schönborn), è stato attaccato per le sue riflessioni, in linea peraltro con il bimillenario magistero della Chiesa, contenuto nel suoultimo libro Informe sobre la esperanza, edito in Spagna e prossimamente in Italia da Cantagalli (dove, tra le altre cose, il porporato tedesco dice che “noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare il 31 ottobre 1517”, cioè la data che ricorda l’avvio della Riforma luterana).

Matteo Orlando

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