Il vescovo di Brescia: "L'Italia non riesce più a desiderare in grande" | lafedequotidiana.it

Il vescovo di Brescia: “L’Italia non riesce più a desiderare in grande”

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luciano-monari-960Durissime parole di un vescovo generalmente pacato, monsignor Luciano Monari, responsabile della diocesi di Brescia sul tema della famiglia. Il vescovo ha detto che «dopo l’approvazione delle ‘unioni civili’ ci è stato annunciato l’inizio di una nuova stagione della lotta per i diritti civili a cominciare dall’eutanasia e dalla liberalizzazione della marijuana. Ora, tutte queste scelte vanno nella direzione del desiderio individuale, non del bene sociale: che una promessa (quella matrimoniale) possa essere ritirata; che un’esistenza umana (quella del feto) possa essere interrotta; che il sì alla vita possa essere negato (con l’eutanasia); che sia lecito assumere sostanze che alterano la percezione della realtà (con diverse forme di narcosi)… tutto questo può certo venire incontro a desideri individuali, può sciogliere alcuni legami sentiti come oppressivi, ma non ha certo effetti sociali positivi. Si può forse dire che tali e tanti sono i vincoli che la società contemporanea pone alle persone che c’è bisogno di dilatare gli spazi della libertà individuale; ma questo modo di ragionare assomiglia a quello dei genitori che vedono i rischi cui si espongono i figli ma non hanno la forza di dire dei no; si possono forse capire, ma certo non si tratta della scelta più saggia. Di fronte a tutto questo, come funziona l’eucaristia? Essa funziona anzitutto raccogliendo nell’unità tutti i credenti in Cristo, battezzati nel suo nome».

La “comunione tra noi è solo anticipo di una comunione che deve legare tutti gli uomini e farli diventare un’unica famiglia di popoli, sottomessa alla volontà di Dio (cioè alla verità e al bene), nella realizzazione del suo Regno (cioè della giustizia e della fraternità). Non ci possiamo accontentare del piccolo numero che rappresentiamo nel complesso dell’umanità; sappiamo che l’amore di Dio si rivolge a tutti, che la salvezza di Dio è promessa a tutti. Per questo il medesimo amore che abbiamo gli uni per gli altri, ci chiede di amare tutti, con lucidità e generosità. Questo è il fondamento dell’impegno politico dei cristiani. Non c’interessa dominare sugli altri e imporre agli altri i nostri costumi di vita; nemmeno c’interessa garantire una speciale protezione politica per noi e per le nostre attività. C’interessa di collaborare a creare una società più umana nella fraternità e nella responsabilità reciproca. Se quindi abbiamo contestato alcune delle battaglie per i ‘diritti civili’ non era per far prevalere una visione ‘nostra’ della società su una visione ‘altra’; era per favorire scelte che siano per il bene di tutti e in particolare di coloro che sono meno difesi e protetti. Per questo continueremo a parlare e ad agire col medesimo obiettivo perché riteniamo che sia nostro dovere di coscienza.”

“Se la società italiana non ci ascolterà – come non ci ha ascoltato in diverse occasioni – non smetteremo di amare il nostro paese, pur convinti come siamo che è stata imboccata una strada sbagliata; – ha proseguito – anzi paradossalmente lo ameremo di più come si amano di più i figli deboli o malati o a rischio. Il futuro promettente non sta nella rivendicazione di spazi individuali sempre più ampi ma nella costruzione di spazi comuni sempre più ricchi di relazioni. Siamo una società che invecchia e fa pochi figli; i dati dell’ISTAT ce lo ricordano sempre di nuovo, impietosamente; è fatale che una simile società tenda al ristagno economico, politico e culturale; e tuttavia non abbiamo il coraggio di cambiare strada: siamo ormai rassegnati? non siamo disposti a pagare il prezzo del cambiamento, con i sacrifici necessari? siamo così ideologizzati che non vogliamo vedere la realtà? Siamo così orgogliosi da ripetere: dopo di me il diluvio? Non lo so; in ogni modo: o verrà qualche trasfusione dal di fuori a supplire alla nostra sterilità o diventeremo una società statica che inventa false battaglie per avere l’illusione di essere viva e avere qualcosa per cui impegnarsi. Sono tante le civiltà che sono fiorite e poi decadute, una in più o in meno non costituirà un grande problema per la storia. Rimarrà il rimpianto di un’occasione sprecata: abbiamo gli strumenti più efficaci che l’uomo abbia mai sognato, sia dal punto di vista conoscitivo che tecnologico; ma non abbiamo un cuore che sappia desiderare in grande, che sappia mettere il progetto sociale prima del desiderio e della gratificazione individuale. Quando qualcuno, in futuro, farà il conto della ricchezza che abbiamo sprecata in questi decenni per liti, contrasti, gratificazioni futili, obiettivi illusori, dovrà scuotere la testa come si fa di fronte ai capricci di un adolescente».

Matteo Orlando

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