Giuliva Di Berardino sull’immagine del buon pastore e il linguaggio profetico

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IL VANGELO DEL GIORNO: Gv 10,11-18 lunedì 4 maggio 2020

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il vangelo di oggi presenta la parabola del Buon Pastore, in continuità col vangelo di ieri, IV domenica di Pasqua detta “del Buon Pastore”, il cui Gesù si definisce attraverso l’immagine della porta e del pastore bello, che, in greco risulta essere il modo per dire anche buono. Bontà e Bellezza per i greci erano la stessa realtà e in effetti non è sbagliato riscontrare una bellezza autentica, non solo superficiale, in chi mostra bontà. E’ questo un principio estetico che gli antichi ci trasmettono e che risulta essere un insegnamento da non sottovalutare. Il pastore dunque, è bello, non è un semplice pastore, è un pastore bello. Ecco, il testo di questo Vangelo ci mostra il senso di questa immagine che Gesù applica a sè: descrivere la sua identità. Innazitutto notiamo che questa immagine è insita proprio alla stessa cultura biblica, che fa riferimento all’immagine del buon pastore soprattutto nel linguaggio profetico. Ricordiamo la bellissima profezia di Ezechiele (Ez 34,11-16) in particolare i versetti 11 Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. 15 Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. 16 Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. Quì è Dio il Pastore d’Israele, ma potremmo accennare anche al Salmo 23 Mizmor le David Adonai roi lo eshar…Dunque, se Dio è il pastore d’Israele, Gesù sta applicando a sè un’immagine che culturalmente è applicabile a Dio. Gesù dice che la sua identità ha la stessa qualità di Dio. Ma emergono altri elementi che fanno emergere lo specifico di Gesù. Egli dice: il buon pastore dà la sua vita per le pecore, a dire che la cura di Dio per le sue creature si realizza nel dono concreto della sua vita per noi. Per questo il Vangelo fa notare che, come esiste una conoscenza unica che il pastore ha della sua pecora e che la pecora ha del suo pastore, così la persona di Gesù può donare la vita per noi perché questo dono totale di sè ci fa entrare nella conoscenza vera, una conoscenza integrale, non solo intellettuale o solo emotiva, una conscenza che ci apre a una relazionalità unica, ma universale che è quella dell’amore. Chi conosce il pastore, riceve il cuore del pastore, entra in comunione con Lui, diventa bello e buono come Lui perché lo specifico della pastoralità di Gesù è l’amore e chiunque ama, pasce le pecorelle del Signore. Questo rapporto di conoscenza nell’amore che ci comunica l’amore di Dio è contenuto nell’immagine del pastore buono. Sappiamo che i primissimi cristiani, quelli del I sec., per indicare il dono della vita di Gesù, utilizzavano l’immagine del Buon Pastore e non il segno della croce, che viene introdotto nell’iconografia cristiana solo dal IV sec, più o meno. Ma c’è ancora un ultimo e più profondo significato nell’immagine del Buon Pastore, e che dice un’altra caratteristica propria allo specifico di Gesù: Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Questo rapporto di conoscenza profonda ma concreta col pastore,  rapporto d’amore, è costruito sul timbro della voce, che è un elemento umano, concreto, non astratto. Studiando liturgia ho dovuto studiare che la voce è una delle caratteristiche umane più personali che abbiamo e, tra le caratteristiche umane, è quella maggiormente legata all’emotività, al mondo interiore, perché può essere veicolo, in certi casi, di uno stato interiore di cui non sempre possiamo essere coscienti. Potremmo dirci: e tutto questo cosa significa? Significa che la voce indica una persona, un complesso di vissuti che emergono e che, proprio perché vissuti, veicolano la realtà di una relazione. la realtà di quello che una persona vive dentro. Per questo la voce del pastore  ha la capacità di coinvolgere, di riunire, di riunificare tutto in sè, perché la voce del pastore è la voce di Colui che ha vissuto l’amore in modo più autentico e più vero per ciascun essere vivente. Ecco allora che Gesù svela anche un altro aspetto della sua persona: Egli è il Signore non solo del suo gregge, ma di altri recinti. E’ la dimensione ecumenica, universale dell’amore di Gesù che ci rende Chiesa, ecclesia, persone convocate dalla sua voce che ci scalda il cuore. Lasciamoci allora oggi amare da Gesù, lasciamoci conquistare dalla sua tenerezza di Pastore che ci stringe a sè per comunicarci quell’amore che rende anche ciascuno di noi boni e belli, come il nostro Pastore. Buona giornata!

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