Achille Bonito Oliva: “Presepe di piazza San Pietro, nessuno scandalo”

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Il presepe di Piazza San Pietro in questo Natale ha sollevato qualche perplessità per la presenza di statue controverse come l’astronauta o il marziano. Vittorio Sgarbi ha usato parole durissime, alla pari di intellettuali cattolici. Abbiamo interpellato un insigne critico e storico di arte, il professor Achille Bonito Oliva.

Professor Bonito Oliva, che cosa pensa del presepe di Piazza San Pietro che  ha fatto storcere il naso a parecchia gente e suoi colleghi?

“Io lo rispetto e lo guardo quel presepe, non mi scandalizzo e lo accetto”.

Quale il motivo della sua tolleranza?

“Perchè non allargare la visuale? La Chiesa cattolica è universale. Mi piace passare quando passo da Piazza San Pietro e da laico dire una preghiera”.

Insomma nessuna offesa alla cattolicità?

” Evitiamo posizioni radicali, le ripeto va accettato nella massima tolleranza e non lo reputo offesa al sentimento cattolico”.

Parliamo di arte moderna, qual è la situazione attuale?

“In Italia e soprattutto al Sud noto un buon fermento anche se lavoriamo troppo sulle individualità, siamo un popolo individualista, anche nell’ arte e non solo su fatti sociali, etici o religiosi. La postmodernità ha ulteriormente favorito questo individualismo. Prima c’ erano due gruppi: arte povera e transavanguardia ed ora, specie al Sud, ci si appoggia all’ aspetto individuale. In ogni caso il ruolo sociale dell’ arte è utile, un messaggio ed un sistema di allarme sociale”.

Conclusione il controverso Presepe di Piazza San Pietro va accettato?

” Ma sì “.

Bruno Volpe

Bruno Volpe

Bruno Volpe

Giornalista ed impiegato nel settore dell’Import-Export Trade.

One thought on “Achille Bonito Oliva: “Presepe di piazza San Pietro, nessuno scandalo”

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    8 Gennaio 2021 in 22:39
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    Il giudizio espresso dal Prof. Bonito Oliva è, a mio avviso, una palese testimonianza della decadenza a cui è giunta una certa parte dell’arte moderna e della stessa arte sacra. Spiego.
    1) La parola “presepe”.
    La parola “presepe” deriva dal latino “praesepium”, termine col quale san Girolamo ha tradotto il corrispondente termine greco (φάτνη, fàtne), che significa: “mangiatoia”. Lo cita san Luca, il più dettagliato tra gli evangelisti nel raccontare la nascita di Gesù, che conosciamo per essere particolarmente attento a raccogliere “il racconto degli avvenimenti da coloro che ne furono testimoni e a fare ricerche accurate su ogni circostanza” (come ha scritto all’inizio del suo Vangelo) e ad essere egli stesso un “eccellente cronista” (come ha dimostrato nel comporre gli Atti degli Apostoli). E’ dunque da considerare “presepe” quello che rappresenta una stalla o un ambiente per animali comuni come l’asino e il bue, con la loro mangiatoia o greppia e soprattutto trasmette con fedeltà ed in modo spontaneamente comprensibile il messaggio evangelico della nascita del Figlio di Dio.
    2) Il presepe originale raccontato dagli evangelisti.
    Il presepe di san Marco (il più sobrio) non descrive la nascita di Gesù ma ne trasmette il messaggio già nelle prime sette parole del suo Vangelo: “Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio”. Il Natale – ci dice – è innanzitutto un atto di fede che vede nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio. Senza fede non c’è Natale cristiano.
    Il presepe di san Matteo inizia ad ampliarsi ed animarsi di personaggi: la Vergine, san Giuseppe, la stella, i Magi, Erode e la sua corte.
    Il presepe di san Luca, già citato, è ancora più dettagliato: ne ricorda il tempo, il censimento, il luogo, l’albergo, la mangiatoia dov’è deposto il Bambino in fasce, lo stupore dei Pastori, poi, per chi sa guardare con fede, l’irrompere della luce nella notte, il canto di Angeli e del mondo celeste.
    Il presepe di san Giovanni, infine, è racchiuso nel Mistero dell’Incarnazione annunciato all’inizio del suo Vangelo: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare fra noi”.
    Aggiungo infine anche il presepe di Greccio, il presepe vivente voluto da san Francesco, al quale, unendosi alla popolazione radunata in un casolare diroccato di campagna, il santo partecipa con commozione e solennità, in paramenti diaconali, per incontrare il Bambino nell’Eucaristia della Messa che vuole vi sia celebrata e abbia come greppia l’altare.
    3) Alcune conclusioni, a mio avviso sufficientemente evidenti:
    a – è da chiamare “presepe” quello che rappresenta la scena di una stalla o di un ambiente per animali comuni del tempo, come l’asino o il bue o le pecore, con la loro mangiatoia o greppia. Molti quadri, anche d’artisti di valore, più che “il presepe”, rappresentano “la natività”
    b – le forme artistiche che non trasmettono con spontaneità e chiarezza il messaggio natalizio mancano di un aspetto tipico ed essenziale dell’arte: la comunicazione. Dicono infatti concezioni espressive dell’arte moderna o altri messaggi umanitari ma non il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio o i sentimenti dei personaggi che vengono rappresentati e devono essere spiegate.
    c – fa riflettere non poco il fatto che i presepi tradizionali del passato allestiti nelle nostre case o nelle Chiese non suscitassero mai tanto orrore, sia tra i Fedeli come tra persone competenti di arte sacra.
    d – sono certo che se il Professor Bonito Oliva incontrasse in Piazza San Pietro uno dei Pastori di Betlemme e, mostrandogli una statua di quello pseudo-presepe, gli dicesse: “quello sei tu!”, ne riceverebbe il rifiuto inorridito di riconoscersi in quello sgorbio: “chi? e quello sarei io? sorpreso e commosso com’ero in quella notte e davanti alla sua mamma? ma per chi mi prendete?” E scapperebbe via!
    Con rispetto per il Professore, ma deluso.

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