I vescovi del Piemonte vietano le messe di guarigione

I vescovi del Piemonte e della Valle d’Aosta, radunati in assemblea il 18 settembre scorso a Susa, hanno approvato un provvedimento dal titolo ‘Disposizioni disciplinari circa le cosiddette messe di guarigione’, che ha scatenato l’ira e le reazioni dei fedeli.

Un documento controverso e discusso nato, a detta degli episcopi del Nord Ovest, per tacitare i sensazionalismi e il rischio di facili ‘miracolismi’ in un’epoca dettata dalla fragilità umana e dal populismo imperante, come ha riportato anche il 10 novembre scorso il quotidiano della CEI, ‘Avvenire’.

Un provvedimento nato – lo spiega pubblicamente Monsignor Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino e attuale Presidente della CEP – per arginare il fenomeno di preti venuti da fuori (e in particolar modo, come egli stesso ha dichiarato a fine ottobre sulle pagine locali del quotidiano ‘La Stampa’, dalla Toscana), particolarmente avvezzi all’officiare celebrazioni eucaristiche non propriamente tradizionali, da quel che lascia intendere.

E allora, perché non colpire soltanto i diretti responsabili chiudendo lì la questione? Viene persin naturale chiederselo.

Ma il veto è stato esteso indistintamente a tutti i sacerdoti di quelle due regioni: chi vorrà officiare messe di guarigione dovrà chiedere una speciale deroga al proprio vescovo, senza poter più tenere tali funzioni nei giorni di solennità. E, come se non bastasse, è tenuto sempre a richiedere permesso scritto anche per celebrare tali funzioni fuori diocesi, in aree ecclesiastiche differenti da quelle di prima appartenenza.

A opporsi al nuovo documento, primo fra tutti Maurizio Scandurra, giornalista cattolico e saggista, che dichiara: “Come ho pubblicamente ribadito più volte anche sul web e ai media, occorre in primis un serio e sano discernimento fra ‘messe di guarigione’ e invece quelle che vanno classificate come celebrazioni eucaristiche seguite da un tempo di adorazione eucaristica con ‘preghiere di domanda e intercessione’ per malati, poveri e sofferenti”.

Per poi proseguire: “Un valido esempio in tal senso è fornito dalle seguitissime e solenni funzioni presiedute da Don Adriano Gennari, stimato sacerdote cottolenghino torinese, le cui Sante Messe da 30 anni a questa parte sono del tutto estranee ai fenomeni da devozione da due soldi citati e temuti dai vescovi, e per lo più altresì propri di alcune dubbie realtà del Rinnovamento dello Spirito che andrebbero invece inquadrate in tal senso”.

Incalza e domanda ancora il giornalista: “Perché in Italia gli episcopi della CEI, e in special modo quelli della CEP, non si curano allora anche di Ironi Spuldaro, il carismatico brasiliano che la gente accorre a frotte a vedere? Che tiene incontri con tanto di sante messe nei palasport, quasi fossero degli show, anziché nelle chiese?”.

E aggiunge: “Per quale motivo, allora, non attuare i dovuti distinguo? Perché non lasciare che a passare in processione col Santissimo siano solo quei sacerdoti meritevoli, come il caro Don Adriano, che mai hanno dato adito a comportamenti scandalosi e fuori luogo da parte dei fedeli riuniti in silente e composta, tradizionale preghiera? Ho chiesto appuntamento in merito sia All’Arcivescovo Nosiglia che a Monsignor Franco Lovignana, Segretario della CEP, per fare chiarezza e aprire un dialogo equilibrato in proposito: picche da entrambi fronti. Don Gennari ha personalmente scritto una lettera due mesi fa riguardo a ciò al suo vescovo Nosiglia, e attende ancora risposta. E questo vuol dire essere pastori?”, conclude Scandurra.

A rincarar la dose interviene Alessandro Meluzzi, studioso e psichiatra tra i più competenti e apprezzati d’Italia: “Ritengo che Don Adriano Gennari abbia con il Santissimo lo stesso rapporto di fede eucaristica profonda che aveva un grande santo, Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato D’Ars, il quale teneva nella sua parrocchia permanentemente esposto l’ostensorio con Gesù Eucaristia”, esordisce il Professore.

Che riprende, adducendo un curioso aneddoto a riprova dell’importanza capitale della processione eucaristica (da lui definita sui media ‘un benefico dovere’), per il cristiano cattolico: “Io sono ortodosso, e nell’Ortodossia l’esposizione delle specie come devozione a sé stante non è stata mai introdotta nella liturgia. Ma io credo che sia una carenza, e questo lo coglie bene una donna ebrea cresciuta in ambiente protestante che era Edith Stein, diventata la monaca carmelitana Teresa Benedetta delle Croce morta martire nel campo di Auschwitz e patrona d’Europa. Dottore della Chiesa e grande filosofa, femminista, allieva di Husserl formatasi in un ambiente ebreo e luterano a Tubinga. Ma quando va a Monaco ed entra in una chiesa cattolica, vede con stupore questa dimensione della presenza di Dio tangibile nell’Eucaristia esposta nel tabernacolo. E quindi comprende e fa suo quel Mistero, e sarà proprio questo che la spingerà a farsi non luterana, avendo un’indole cristiana, ma cattolica: cioè la fisicità dell’Eucaristia che irradia una fede che, evidentemente, soltanto un atteggiamento iper razionalista può negare, vuole ridurre o limitare”.

Conclude lapidario Alessandro Meluzzi: “Bene fa Don Adriano a fare la processione eucaristica, a lasciare che le persone si avvicinino al Santissimo, e credo che la Chiesa cattolica locale non dovrebbe impensierirsi per questo. Anzi, dovrebbe impensierirsi del contrario”.

Una risposta

  1. Maria

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