USI e Abusi di Aurelio Porfiri: quando il segno della pace crea caos in chiesa

Il gesto del segno della pace è stato uno dei temi liturgici di maggiore discordia negli ultimi decenni. Si provi a riflettere sul motivo che c’è dietro a questo. Io penso che questo sia accaduto perché il segno della pace è un poco lo specchietto per le allodole di tanti guasti che hanno deturpato il rito. L’OGMR dice: “Segue il rito della pace, con il quale la Chiesa implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento.
 
Spetta alle Conferenze Episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l’indole e le usanze dei popoli. Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio”. Certo qui non è forse espresso pienamente che quella che si invoca è la pace di Cristo (“Signore, Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: vi lascio la pace, vi do la mia pace…”), non il pacifismo. Purtroppo quando si lascia troppo spazio ai gesti senza ricomprenderli in un senso interno al rito, le contaminazioni dell’esterno (mentalità profana) sono quanto di più facile può accadere.
 
Segno di questo sono certi canti, come il famoso “Pace a te, fratello mio” in cui si invocava “pace nella scuola e nella fabbrica, nella politica e nello sport, pace in famiglia, pace in automobile, pace nella Chiesa”, in cui sembra che il valore è la pace in se stessa e non in quanto pace di Cristo, una pace che si invoca nei vari ambiti sociali incluso quello religioso, fra gli altri. Questo smottamento dalla pace al pacifismo, soprattutto nella nostra epoca, non è difficile da ottenere.
 
La lettera circolare “L’espressione rituale del dono della pace nella Chiesa” del 2014, emanata dalla congregazione per il Culto Divino ed approvata dal presente Pontefice, avvertiva che il cosiddetto “canto per lo scambio della pace” (come quello visto sopra) non è liturgico, che il girare la chiesa per dare la mano a tutti è sbagliato, che il sacerdote che va in giro a stringere mani commette un abuso. Questa non deve che essere una conseguenza del fatto che questo gesto, per la sua propria natura, si presta facilmente all’abuso in quanto, come detto, le sovrapposizioni profanizzanti sono molto forti.
 
Ho sempre sostenuto che il modo in cui ci si scambia la pace durante la Messa in Hong Kong, ad esempio, mi sembra molto efficace e dignitoso, soltanto inchinandosi leggermente al sacerdote e a coloro che ci circondano ma senza muoversi dal banco. Chissà che almeno in questo non possiamo accettare un insegnamento dalla lontana Cina? Ci si dovrebbe proprio pensare.
 
Aurelio Porfiri

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