Papa Francesco: “Meglio uno Stato laico di uno Stato confessionale”

papa-francesco«Uno Stato laico è una cosa buona; è migliore di uno Stato confessionale, perché gli Stati confessionali finiscono male. Però una cosa è la laicità e un’altra è il laicismo. Il laicismo chiude le porte alla trascendenza, alla duplice trascendenza: sia la trascendenza verso gli altri e soprattutto la trascendenza verso Dio; o verso ciò che sta al di là. E l’apertura alla trascendenza fa parte dell’essenza umana. Fa parte dell’uomo. Non sto parlando di religione, sto parlando di apertura alla trascendenza. Quindi, una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza della persona umana “pota”, taglia la persona umana. Ossia non rispetta la persona umana». Intervista dal settimanale cattolico belga “Tertio”, il Santo Padre Francesco ha trattato vari argomenti. Ecco un florilegio delle sue risposte.

«Nessuna religione come tale può fomentare la guerra. Perché in questo caso starebbe proclamando un dio di distruzione, un dio di odio. Non si può fare la guerra in nome di Dio o in nome di una posizione religiosa. Non si può fare la guerra in nessuna religione. E perciò il terrorismo, la guerra non sono in relazione con la religione. Si usano deformazioni religiose per giustificarle […]che non riguardano l’essenza del fatto religioso, che è piuttosto amore, unità, rispetto, dialogo, tutte queste cose… […]nessuna religione per il fatto religioso proclama la guerra. Alcune deformazioni religiose sì. Per esempio, tutte le religioni hanno gruppi fondamentalisti. Tutte. Anche noi. E da lì distruggono, a partire dal loro fondamentalismo. Ma sono questi piccoli gruppi religiosi che hanno deformato, hanno “ammalato” la propria religione, e da qui combattono, fanno la guerra, o fanno la divisione nella comunità, che è una forma di guerra. Ma questi sono i gruppi fondamentalisti che abbiamo in tutte le religioni. C’è sempre un gruppetto…».

«Siamo in guerra. Il mondo sta facendo la terza guerra mondiale: Ucraina, Medio Oriente, Africa, Yemen…. È molto grave. Quindi, “Mai più la guerra!” lo diciamo con la bocca, ma intanto fabbrichiamo armi e le vendiamo; e le vendiamo agli stessi che si combattono; perché uno stesso fabbricante di armi le vende a questo e a questo, che sono in guerra fra di loro».

«Al giorno d’oggi mancano leader; l’Europa ha bisogno di leader, leader che vadano avanti…»

«L’Anno della Misericordia non è stata un’idea che mi è arrivata di colpo. Prende le mosse dal Beato Paolo VI. Già Paolo VI aveva fatto alcuni passi per riscoprire la misericordia di Dio. Successivamente San Giovanni Paolo II ha posto molto l’accento su questo con tre fatti: l’Enciclica Dives in Misericordia, la canonizzazione di santa Faustina, e la Festa della Divina Misericordia nell’Ottava di Pasqua, e lui muore in una vigilia di tale festa. E già lì ha come introdotto la Chiesa su questa strada. Io ho sentito che il Signore voleva questo. È stato… Non so come si è formata l’idea nel mio cuore… Un bel giorno ho detto a Mons. Fisichella, che era venuto per questioni del suo Dicastero: “Come mi piacerebbe fare un Giubileo, un Anno giubilare della Misericordia”. E lui mi ha detto: “Perché no?”. E così è iniziato l’Anno della Misericordia. È la migliore garanzia che non è stata un’idea umana, ma che viene dall’alto. Credo che l’ha ispirata il Signore. E evidentemente è andato molto bene. Inoltre, il fatto che il Giubileo non fosse solo a Roma, ma in tutto il mondo, in tutte le diocesi e all’interno di ogni diocesi, ha creato tanto movimento, tanto movimento… e la gente si è mossa molto. Si è mossa molto e si è sentita chiamata a riconciliarsi con Dio, a incontrare nuovamente il Signore, a sentire la carezza del Padre».

«La misericordia è “a caro prezzo” e “a buon mercato”. […] è “a buon mercato” perché non c’è da pagare niente: non si devono comprare indulgenze, è un puro regalo, puro dono. Ed è “a caro prezzo” perché è il dono più prezioso. […] È preziosa perché è il nome di Dio: Dio è Misericordia.

«La Chiesa nasce dalle comunità, nasce dalla base, dalle comunità, nasce dal Battesimo; e si organizza intorno ad un vescovo, che la raduna, le dà forza; il vescovo che è successore degli Apostoli. Questa è la Chiesa. Ma in tutto il mondo ci sono molti vescovi, molte Chiese organizzate, e c’è Pietro. Quindi, o c’è una Chiesa piramidale, dove quello che dice Pietro si fa, o c’è una Chiesa sinodale, in cui Pietro è Pietro, ma accompagna la Chiesa, la lascia crescere, la ascolta; di più, impara da questa realtà e va come armonizzando, discernendo quello che viene dalle Chiese e lo restituisce. L’esperienza più ricca di tutto questo sono stati gli ultimi due Sinodi. Lì si sono ascoltati tutti i vescovi del mondo, con la preparazione; tutte le Chiese del mondo, le diocesi, hanno lavorato. Tutto questo materiale è stato lavorato in un primo Sinodo, che portò i risultati alla Chiesa; e poi si è tornati una seconda volta – il secondo Sinodo – per completare tutto questo. E da lì è uscita Amoris laetitia. È interessante la ricchezza della varietà di sfumature, che è propria della Chiesa. È unità nella diversità. Questo è sinodalità. Non calare dall’alto in basso, ma ascoltare le Chiese, armonizzarle, discernere. E dunque c’è un’Esortazione post-sinodale, che è Amoris Laetitia, che è il risultato di due Sinodi, dove ha lavorato tutta la Chiesa, e che il Papa ha fatto sua. Lo esprime in maniera armonica. È interessante: tutto quello che c’è lì [in Amoris laetitia], nel Sinodo è stato approvato da più dei due terzi dei padri. E questo è una garanzia. Una Chiesa sinodale significa che si dà questo movimento dall’alto in basso, dall’alto in basso. E nelle diocesi lo stesso. Ma c’è una formula latina che dice che le Chiese sono sempre cum Petro et sub Petro. Pietro è il garante dell’unità della Chiesa. È il garante. Questo è il significato. E bisogna progredire nella sinodalità; che è una delle cose che gli ortodossi hanno conservato. E anche le Chiese cattoliche orientali. È una loro ricchezza, e lo riconosco nell’Enciclica».

Nel Sinodo «ognuno ha detto quello che pensava, senza paura di sentirsi giudicato. E tutti erano nell’atteggiamento di ascoltare, senza condannare. E poi si discuteva come fratelli nei gruppi. Però una cosa è discutere come fratelli e un’altra è condannare a priori. C’è stata una libertà di espressione molto grande. E questo è bello!».

Ai giovani dico che «non abbiano paura; che non abbiano vergogna della fede; che non abbiano vergogna di cercare strade nuove. E ai giovani che non sono credenti: Non ti preoccupare, cerca il significato della vita. A un giovane io darei due consigli: cercare orizzonti, e non andare in pensione a 20 anni. È molto triste vedere un giovane pensionato a 20-25 anni, no? Cerca orizzonti, vai avanti, continua a lavorare in questo impegno umano».

«I mezzi di comunicazione hanno una responsabilità molto grande. Al giorno d’oggi hanno nelle loro mani la possibilità e la capacità di formare un’opinione: possono formarne una buona o una cattiva opinione. I mezzi di comunicazione sono costruttori di una società. Di per se stessi, sono fatti per costruire, per inter-cambiare, per fraternizzare, per far pensare, per educare. In se stessi sono positivi. È ovvio che, dato che tutti siamo peccatori, anche i media possono – noi che usiamo i media, io qui sto utilizzando un mezzo di comunicazione – possono diventare dannosi. E i mezzi di comunicazione hanno le loro tentazioni. Possono essere tentati di calunnia, e quindi essere usati per calunniare, per sporcare la gente, questo soprattutto nel mondo della politica. Possono essere usati come mezzi di diffamazione: ogni persona ha diritto alla buona fama, però magari nella sua vita in precedenza, nella vita passata, o dieci anni fa, ha avuto un problema con la giustizia, o un problema nella sua vita familiare, e portare questo alla luce oggi è grave, fa danno, si annulla una persona! Nella calunnia si dice una bugia sulla persona; nella diffamazione si mostra una cartella […] e si scopre qualcosa che è vero, ma che è già passato, e per il quale forse si è già pagato con il carcere, con una multa o con quel che sia. Non c’è diritto a questo. Questo è peccato e fa male. E una cosa che può fare molto danno nei mezzi di informazione è la disinformazione: cioè, di fronte a qualsiasi situazione dire solo una parte della verità e non l’altra. Questo è disinformare. Perché tu, all’ascoltatore o al telespettatore dai solo la metà della verità, e quindi non può farsi un giudizio serio. La disinformazione è probabilmente il danno più grande che può fare un mezzo, perché orienta l’opinione in una direzione, tralasciando l’altra parte della verità. E poi, credo che i media devono essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere – senza offesa, per favore – nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo, comunicare le cose brutte, anche se siano verità. E siccome la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia, si può fare molto danno. Quindi direi queste quattro tentazioni. Ma sono costruttori di opinione e possono costruire, e fare bene immenso, immenso».

Ai sacerdoti: «ricordati che hai una Madre che ti ama, e non smettere di amare tua Madre, la Vergine. Secondo: lasciati guardare da Gesù. Terzo: cercare la carne sofferente di Gesù nei fratelli: lì ti incontrerai con Gesù. Questo come base. Da qui viene tutto. Se sei un sacerdote orfano, che si è dimenticato di avere una Madre; se sei un sacerdote che si è allontanato da colui che ti ha chiamato, che è Gesù, non potrai mai portare il Vangelo. Qual è la strada? La tenerezza. Abbiano tenerezza. I sacerdoti non abbiano vergogna di avere tenerezza. Accarezzino il sangue sofferente di Gesù. Oggi c’è bisogno di una rivoluzione della tenerezza in questo mondo che patisce la cardiosclerosi».

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