Oriol Junqueras: “Per comprendere il messaggio cristiano servono sia san Giacomo che san Paolo”

Nel capitolo dedicato a San Paolo, nella sua opera “Geni”, Harold Bloom, autore de “Il canone occidentale” e considerato uno dei critici letterari più influenti del mondo, afferma che, secondo Flavio Giuseppe, il principale seguace di Gesù fu Giacomo. Giacomo il Giusto, o il Minore (per distinguerlo da Giacomo il Maggiore), che guidò la comunità cristiana di Gerusalemme e che probabilmente fu lapidato per ordine del sommo sacerdote di Gerusalemme, Anania, intorno al 62 d.C., pochi anni prima che i Romani distruggessero il Tempio e soffocassero la rivolta ebraica nel 70 d.C. Sua madre, cugina della madre di Gesù, accompagnò Maria e la Maddalena ai piedi della Croce durante la crocifissione.

Harold Bloom presenta Giacomo il Giusto non solo come un pericolo per i capi dell’ortodossia ebraica, ma anche come il protagonista di una profonda rivalità con Paolo, che si è protratta a lungo nella storia del cristianesimo fino ad arrivare ai giorni nostri.

Bloom riflette su questo tema a partire da questa domanda: “Era la visione di Gesù (…) più vicina a quella di Paolo, che mai incontrò, o a quella di Giacomo il Giusto, che formò la Chiesa di Gerusalemme con gli altri discepoli di Gesù?”.

E lo stesso Bloom aggiunge: “agli occhi dei primi avversari giudeocristiani, seguaci di Giacomo il Giusto, Paolo era il nemico (…) Che altro poteva sembrare Saulo di Tarso/Paolo Apostolo dal punto di vista della setta gerosolimitana di Gesù? Come fariseo, aveva guidato la violenza nel Tempio contro lo stesso Giacomo, e dopo essersi convertito a Cristo, continuò a scontrarsi con la famiglia di Gesù e con i suoi più stretti seguaci”.

Sicuramente Paolo è una figura essenziale per comprendere il cristianesimo in termini storici e dottrinali. Sua è la affermazione: “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”.

Forse non è esagerato considerare Paolo, l’apostolo della grazia, come il “costruttore” della figura di Cristo (molto più di quella di Gesù), radicata nella cultura ellenistica e che l’ha trasformata nella pietra angolare di una “nuova” religione dal carattere romano e universale. E, almeno in questo senso, forse vale la pena ricordare che le lettere di Paolo sono, probabilmente, i più antichi testi cristiani che sono arrivati fino a noi. Anteriori addirittura ai primi “Vangeli” di Marco e Matteo.

Paolo non conobbe Gesù: non lo sentì predicare e non vide i suoi miracoli. E, per un certo periodo di tempo, perseguitò i seguaci di Gesù.

Forse è per questo che, nel suo commento alla intensa lettera di Paolo ai Gàlati, Lutero mette le seguenti parole in bocca ai cristiani di Gerusalemme (che erano stati compagni e amici di Gesù): “e chi è Paolo? Non è stato uno degli ultimi a convertirsi a Cristo? In realtà, siamo noi i discepoli degli Apostoli e coloro che lo hanno conosciuto intimamente. [Siamo noi che] abbiamo visto Cristo fare i miracoli e lo abbiamo ascoltato predicare. D’altra parte, Paolo è un nuovo arrivato ed è inferiore a noi”.

Sembra evidente, quindi, che Lutero sentisse più simpatia per Paolo che per Giacomo. Simpatia per quel Paolo che, secondo Bloom, prima – e dopo – la sua conversione, avrebbe perseguitato – e continuerà a scontrarsi – con Giacomo e i cristiani gerosolimitani.

Una simpatia, quella di Lutero per Paolo, descritta con estrema durezza da Nietzsche, nel suo testo “Il primo cristiano”: “Lutero sperimentò, probabilmente, un sentimento simile [a quello di Paolo], quando, nel suo convento, volle incarnarsi nell’uomo dell’ideale ecclesiastico, e finì per odiare l’ideale ecclesiastico, e il Papa, e i suoi santi, e tutto il clero, con un odio, tanto più mortale quanto più gli risultava inconfessabile. Lo stesso accadde a San Paolo”.

Un’antipatia verso Paolo che Nietzsche ribadisce ne “L’Anticristo”: “In Paolo s’incarna il tipo opposto al «messaggero della buona novella», il genio dell’odio, nella visione dell’odio, nell’inesorabile logica dell’odio. Che cosa non sacrificò all’odio questo disangelista [sic]? Innanzitutto [ha sacrificato] il Redentore: lo inchiodò alla croce [che Paolo ha fatto]”. Nelle parole di George Bernard Shaw: nulla che [Paolo] fa, è ciò che Gesù avrebbe fatto, e nulla che [Paolo] dice, è quello che Gesù avrebbe detto”.

Al di là dell’imparzialità che vogliamo attribuire alla descrizione di Nietzsche su Lutero e su Paolo, sembra indiscutibile che la “rivalità” originale tra Paolo e Giacomo riviva con forza nell’anima di Lutero e nei suoi scritti. Non solo per la sua entusiastica rivendicazione di Paolo come apostolo della grazia, ma anche per la sua indiscutibile avversione (in principio teologica e, dopo il patto con i principi tedeschi, anche ideologica) verso Giacomo, chiamato non a caso “il Giusto”. Bloom identifica, infatti, come autore della Epistola generale di Giacomo del ‘Nuovo Testamento’ proprio Giacomo il Giusto. Dunque, dopo aver citato due dei versi più famosi di questa epistola (” il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti”), Bloom polemizza contrapponendo nuovamente Paolo a Giacomo, affermando che “non parliamo di “Paolo il Giusto” per la stessa ragione che non mettiamo in relazione i suoi discepoli, Agostino e Lutero, con la giustizia sociale”.

Indipendentemente da chi sia esattamente il suo autore, non è casuale che Lutero abbia voluto estrapolare dal ‘Nuovo testamento “L’Epistola” di Giacomo, così strettamente legata al Gesù dei poveri, al Gesù delle Beatitudini. E anche così legata ai versi “contro l’ingiustizia e lo sfruttamento” del profeta Amos: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero fino a sterminare gli umili del paese! Voi che dite: (…)E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere”.

È in questo senso che il profeta Amos è precursore della predicazione di Gesù in difesa dei poveri. Giacomo ne è un successore convincente, nella sua epistola.

Nei preliminari afferma: “il ricco come fiore d’erba passerà. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco nelle sue imprese appassirà”. E fa un appello a partecipare alla realizzazione della giustizia attraverso le opere: ” siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto,(…) Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: aiutare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze”.

Ne “Le conseguenze di una fede sincera”, Giacomo è ancora più esplicito e chiede: “Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? (…) Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali?” Il disagio teologico di Lutero su questa epistola non può essere una sorpresa per nessuno, quando Giacomo domanda: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non lo dimostra con le opere? (…) se non è seguita dalle opere, la fede in se stessa è morta”. Visto dalla prospettiva dei riformisti del secolo XVI, Giacomo doveva sembrare il più cattolico di tutti gli Apostoli, quando, nella sua epistola, simula questa replica a un avversario: “«Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». (…) Uomo insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?”. E ribadisce “come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”.

In precedenza, abbiamo detto che la diffidenza di Lutero nei confronti della lettera di Giacomo è teologica e anche ideologica. Specialmente, dalla prospettiva dei prìncipi alleati di Lutero. Una prospettiva condivisa anche dai governanti cattolici, visto che Giacomo è stato nominato nella tradizione cristiana come “il Giusto”.

Così, per esempio, nelle “Esortazioni” (3,1 – 5, 11)”, afferma: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage”.

Nella epistola di Giacomo, si ritrova l’eco delle parole di Isaia (58, 6): “Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?”. Versi che, ad esempio, raccoglie Leonardo Boff, nel suo libro ‘Via Crucis della giustizia’, per interpretare la scena descritta dal Vangelo di Luca (23, 26), in cui Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce nel cammino verso il Golgota.

In realtà, non sembra affatto strano che, nel leggere i versetti veterotestamentari di Isaia e di Amos, e l’epistola neotestamentaria di Giacomo, e sentendo risuonare le parole di Gesù nei Vangeli, molti affamati di giustizia di tutte le epoche e di tutto il mondo si siano sentiti pienamente giustificati.

Per tutto questo, l’epistola di Giacomo (e gli echi che vi risuonano) è stata citata come fonte autorevole nelle rivolte popolari del tardo Medioevo e dell’età moderna, in tutto il cristianesimo: in Francia, in Inghilterra, in Belgio, in Germania (in questo caso nella grande sommossa contadina che tanto disturbò Lutero in tutti i sensi)… ed anche nelle gigantesche mobilitazioni in Catalogna.

Richieste che, con diverse formulazioni, hanno trovato anche nella lettera di Giacomo l’ispirazione necessaria per lottare contro molte forme della cosiddetta “violenza strutturale” in America Latina, per fare solo un esempio.

Come abbiamo detto, secondo Harold Bloom, l’autore della epistola di Giacomo è l’apostolo Giacomo il Minore o il Giusto. E, almeno da questa prospettiva, Paolo, l’apostolo della grazia e del popolo, e Giacomo il Minore, l’apostolo della giustizia, sono due figure imprescindibili per comprendere la forza del messaggio cristiano attraverso i secoli e di come ha plasmato la cultura occidentale.


Oriol Junqueras

*Ex vicepresidente della Catalogna

Fonte originale: https://elmati.cat/jaume-el-just-i-pau-de-tars/

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