Intervista esclusiva a don Alessandro Minutella – parte 1

La Fede Quotidiana ha intervistato in esclusiva don Alessandro Minutella, sacerdote siciliano di recente scomunicato perchè accusato di eresia ed apostasia. Questa intervista, realizzata per garantire pluralità di vedute e libero dibattito, ovviamente non significa adesione alle tesi del sacerdote.

Don Minutella, che cosa secondo Lei ha portato alla sua scomunica, quali i reali motivi?

“Le recenti condanne non mi hanno affatto scoraggiato, anzi. Sto preparando il terzo Raduno di Verona il prossimo 26 gennaio, quello della “resistenza” cattolica. Le due scomuniche sono motivate da eresia e scisma, e firmate lo scorso 15 agosto 2018, rese note il 13 novembre dello stesso anno. Capisco ciò che ha spinto la falsa chiesa, capeggiata da un falso Papa, Bergoglio, a scomunicarmi. In un certo senso, sono coerenti con il loro piano di cambiamento, dal sapore apocalittico, perché io ho apertamente e senza giri di parole denunciato la loro manovra, che è quella di trasformare la Chiesa cattolica in una succursale del pantheon sincretista di tutte le religioni, dove Gesù Cristo è un qualunque profeta (neoarianesimo), dove il Vangelo della croce è svenduto al pensiero del mondo (neomodernismo) e dove Lutero, il più grande eretico (insieme ad Ario) della storia cristiana, viene rivalutato (neoluteranesimo). E’ ovvio ed è coerente con l’esercizio abusivo del potere che viene da Dio che la falsa chiesa bergogliana abbia deciso di scomunicarmi. Oltreché invalide (perché Bergoglio, non solo é eretico, è anche scomunicato, in quanto non è il Papa, e perciò è incorso nella scomunica latae sententiae a norma della Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis), queste 2 scomuniche mi confermano sul fatto che bisogna resistere “a viso aperto”, senza inutili strategie sotterranee, di fronte allo svolgimento del terzo segreto di Fatima, che parlava dell’apostasia nella Chiesa, dell’abominio della desolazione (come ha confermato più volte Ratzinger, e cioè di un falso papa che avrebbe reso invalida la messa), e di una “prova finale” per la Chiesa cattolica (come anche si legge nel Catechismo al numero 675)”.

Si sente un prete scismatico o intende formare una ” sua” chiesa con ” suoi” fedeli?

“San Tommaso d’Aquino dice che “excommunicatus non potest excommunicare” (S.Th., Suppl., q.22, a.3). Bergoglio è incorso nella scomunica quando, dopo ripetute pressioni che hanno spinto Benedetto XVI alle dimissioni che, a norma di Diritto, sono pertanto invalide (canone 332, § 2), ha accettato di essere eletto in un Conclave già pilotato, come ha affermato uno degli esponenti più in vista della cosiddetta “mafia di san Gallo”, il cardinale belga Danneels, dopo la cui dichiarazione si sono perdute le tracce. Altri studiosi, nel frattempo, come Antonio Socci, portano prove a sostegno di questa tesi. Così il Papa è Benedetto XVI, mentre il cardinale Bergoglio è un usurpatore, come anche ha affermato più volte, senza aver ricevuto seguito (per la dirompenza delle dichiarazioni), il vescovo emerito di Ferrara, mons. Negri. Si sta così realizzando il terzo segreto di Fatima. Perché oltre che non essere Papa, e pertanto scomunicato per un esercizio abusivo e invalido del primato petrino, il cardinale Bergoglio è anche eretico e apostata. Con la pubblicazione di Amoris Laetitia, egli ha introdotto un taglio traumatico con il patrimonio bimillenario del depositum fidei, esponendo ben 3 sacramenti alla profanazione (Eucaristia, Matrimonio, Confessione). Le sue dichiarazioni non sono improntate, come vorrebbero i suoi poveri sostenitori, a un uso improprio di linguaggio, anche perché il munus petrino consiste, come vuole Gesù stesso (Lc 22,32), nel confermare i fratelli. E’ piuttosto singolare che debbano essere i suoi supporters a dover correggere le sue affermazioni eretiche. Con Bergoglio, in questi sei anni, dove pesa il silenzio dei pastori e dei Cardinali, la confusione e il disordine sono ancor di più, che non nella stagione postconciliare, entrati nella Chiesa. Si direbbe che si è passati dal principio di autorità a quello di anarchia. Nel frattempo, risultano singolari le scelte di Benedetto XVI, con ricadute seriamente impegnative. Egli non ha smesso la talare bianca (con il pretesto di non averne altre pronte!), non si è privato del nome, non è tornato Cardinale, ha poi preso il titolo insolito e mai previsto nella pur ricca esperienza ecclesiale, di “Papa emerito”. Il fulmine che colpisce la Basilica di san Pietro all’annuncio delle dimissioni in quel fatidico 11 febbraio 2013 è molto più che un fatto meteorologico, è un “segno” del cielo, come anche ha affermato il suo segretario personale, mons. Ganswein. Era l’esordio della grande “prova finale” per la Chiesa. Ora, noi sappiamo che nel corso dei secoli, ci sono stati anche tre papi, ma nessuno di loro era così ingenuo da proporre un esercizio allargato del munus petrino, perché Gesù ha consegnato a Pietro, non a più apostoli, il mandato: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Così ognuno di loro squalificava gli altri, appunto perché consapevoli che Pietro può essere uno solo e che mai si è dato, in duemila anni, un esercizio allargato e condiviso del munus petrino (un’altra cosa è la questione collegiale dell’unum inter pares). Inoltre, i padri della Chiesa dicevano “ubi Petrus ibi Ecclesia”, non “ubi Petri”. L’anomalia di due papi, nonostante l’anestesia mediatica di normalizzazione, è non solo di tipo giuridico (come dimostra nel suo libro recente Antonio Socci), ma anche, direi io, teologico, quindi dogmatico. Neppure i tentativi portati avanti dal di dentro delle mura vaticane di dar credito ad un munus attivo di Bergoglio e a quello contemplativo di Benedetto XVI, sono riusciti a risolvere l’anomalia che è di sapore appunto apocalittico, perché qui ora noi abbiamo un Papa molto anziano, che è quello valido, e dall’altra parte uno che non è il Papa, eletto da un Conclave pilotato e perciò invalido e passibile di scomunica latae sententiae. Alcuni giuristi hanno fatto presente che ci sono anomalie evidenti anche nella stessa procedura del pre Conclave, come nella decisione misteriosa di Benedetto XVI di annunciare le dimissioni, ma di farle decorrere dopo 17 giorni (a partire dal 28 febbraio). Io non ho affrontato la questione dall’angolatura giuridica, ma direi dogmatica e pastorale. E’ preoccupante vedere che, grazie a Dio, ci sono molti preti e vescovi, come tanti laici, consapevoli che Benedetto XVI è ancora il Papa, ma la paura di mettersi in gioco li paralizza. Questo non è atteggiamento evangelico. Noi non possiamo permettere che una questione così decisiva per le sorti della Chiesa si traduca in discussione (doxa), ma che piuttosto rimanga nel contesto della martyria, della testimonianza. In questo senso, le mie scomuniche offrono, diciamo così, una percorrenza che, per quanto dolorosa, può essere decisiva per il bene della Chiesa stessa, che è quella di esporsi senza paura”.

Condivide l’espressione “preti di strada”?

“Sono prete anch’io di periferia, per quanto abbia due Dottorati, e faccio anch’io “odor di pecore”, essendo stato Parroco in periferie difficili e degradate di Palermo, una delle quali era il quartiere nativo di don Pino Puglisi. Non ho nulla di aristocratico, anzi rischio il problema opposto: c’è sempre tanta gente che mi segue. Radio Domina Nostra, pagina Facebook seguitissima, ha ascolti imponenti, appunto perché amo parlare in modo diretto. Eppure amo coltivare bene la mia persona sacerdotale, senza appunto questi appellativi, eredi delle teologie della prassi. Il “prete di strada” è stato ideologicamente contrapposto dalle teologie della liberazione, al “prete di sacrestia”. Non va bene. Anche se questi preti di strada sono sempre quelli più corteggiati dai salotti televisivi, in realtà, nello stile, nella forma, ma, ancor di più nei contenuti, essi non incarnano il modello di prete che la Chiesa propone. Come le dicevo, io sono stato Parroco 4 anni a Boccadifalco e 9 anni a Romagnolo, due quartieri periferici della città. E la mia è stata realmente una “rivoluzione”: le chiese ricostruite e abbellite e, soprattutto, sempre piene di fedeli, anche nei giorni feriali, come tutti possono testimoniare. E ciò non perché io ho fatto il “prete di strada”, ma perché ho condotto i miei fedeli all’amore anzitutto per Dio, per la liturgia, per i sacramenti. Io sono d’accordo con Benedetto XVI e anche con don Bux, quando dicono che la liturgia, il culto, è la prima forma di evangelizzazione. Forse anche la più incisiva. Era allora come lo è oggi, nelle mie parrocchie come adesso che svolgo questo insolito ruolo di guida della resistenza cattolica: preferisco l’altare alla strada, il confessionale allo studio televisivo (anche se non lo disdegno), la stola al microfono. Il Santo Curato d’Ars al giovane cui chiedeva di indicargli la strada per la parrocchia, disse: “tu mi hai indicato la via per Ars, io ti indicherò la via per il cielo”. E, forse, è ancor più emblematica la storia della conversione del popolo russo al cristianesimo. Si narra, infatti, che il re Vladimir il Grande si fece battezzare nel 980, perché coinvolto e convertito dalla bellezza dei riti liturgici dei monaci provenienti dal sud est dell’Europa. E qui andrebbe, d’altra parte, affrontata la questione nodale della riforma liturgica conciliare, affrettata (a mio avviso) e improvvida, e della riforma della riforma, tanto auspicata da Benedetto XVI e clamorosamente stoppata dal governo bergogliano. La liturgia romana, nel post Concilio, ha perduto in bellezza e sacralità, al punto che persino gli Ortodossi guardano a tali operazioni riformiste cattoliche con sospetto. Dunque, il prete di strada, tutto sommato, è la punta dell’iceberg di una svolta antropocentrica, che ha scalzato il primato di Dio e ha desacralizzato la liturgia. Non si tratta, dunque, di boicottare i mezzi moderni di comunicazione e di annuncio (compresa la strada), ma di non snaturare l’identità del prete da ministro di Cristo a sostituto sociale. I documenti ufficiali della Chiesa raccomandano, già nella formazione, di fare in modo che l’impegno sociale non soffochi la natura specifica del ministero presbiterale, che è quella dell’annuncio della Parola e dell’amministrazione dei Sacramenti, come pure del governo. Del resto, noi siamo mandati per la salvezza delle anime anzitutto. La nostra missione è di annunciare la redenzione dal peccato, non precipuamente la liberazione dai mali sociali. Temo che, a causa di Bergoglio, stiamo assistendo, anche in Italia, a un revival del prete marxista, impegnato nel sociale, e del tutto infastidito, a causa di una nevrosi ideologica, dal prete come la Chiesa da sempre lo propone. Il vangelo non è il Capitale di Marx, e la fede non è ideologia classista. San Pio X aveva veduto bene dove avrebbe condotto l’entusiasmo modernista: “quando avrete attuato le vostre riforme, quelli che erano dentro se ne andranno e quelli che sono fuori non entreranno”. La svolta neomodernista del cattolicesimo postconciliare, che ha desacralizzato i riti liturgici, conducendo ad una forma di sperimentalismo selvaggio della messa, ha finito col desertificare le chiese. Le statistiche sono implacabili per i facili entusiasmi del partito bergogliano: piazza san Pietro è sempre più vuota, il Giubileo della Misericordia è stato un fiasco clamoroso, in Europa, compresa l’Italia, la partecipazione a messa la domenica si aggira intorno al 10 per cento (anche meno in paesi come Belgio e Olanda, dove si perviene a un misero 4 o 5 per cento), e così le chiese vengono dismesse, e si giunge a scelte impietose, come quelle annunciate dal cardinale Ravasi di mettere all’asta storici luoghi di culto cattolici, perché ormai privi di fedeli. In alcuni paesi ciò è già avvenuto da anni, chiese divenute discoteche e pub e, forse, la dissacrazione delle basiliche italiane trasformate in allegre osterie, è un presagio doloroso di questo deserto profondo. La desertificazione dovrebbe indurre a riflettere ma, in realtà, l’establishment bergogliano è del tutto accecato, come aveva profetizzato suor Lucia negli anni ’60, quando affermava che la mancata attuazione delle richieste del cielo avrebbe presto condotto all’accecamento della gerarchia, come conseguenza del peccato contro lo Spirito Santo. Bergoglio non è in realtà, come vuol far credere, uno che ascolta e legge i segni dei tempi. È stato protagonista del Documento di Aparecida, quando era cardinale di Buenos Aires, dove si auspicavano quei processi di cambiamento che, una volta giunto a Roma, sta estendendo rovinosamente a tutta la Chiesa. Proprio Bergoglio, con gli altri cardinali latinoamericani, tutti esponenti delle teologie della liberazione, è responsabile di un esodo di fedeli cattolici verso le sette protestanti e pentecostali, senza precedenti. Le stime sono apocalittiche. In tutta l’America Latina si parla di milioni di cattolici che vanno via, lasciando vuote le chiese. Non avrebbe dovuto questo indurre a un ripensamento? Forse, questa questione è del tutto irrilevante per Bergoglio, unicamente concentrato nel portare avanti il proprio rovinoso programma. Anche la più recente questione immigratoria, sta rivelando un’ipocrisia ideologica preoccupante. Non si era mai vista questa levata di scudi da parte di vescovi e preti per le grandi battaglie morali, dall’aborto al divorzio, tantomeno per la difesa della fede cristiana di fronte al relativismo imperante. D’altra parte, la contrapposizione tra una visione, diciamo così, cultuale del sacerdote (all’altare e al confessionale, in talare e stola), e una visione sociale e profetica (il prete di strada) è inesistente, è frutto della manipolazione postconciliare. Entrambe le dimensioni si integrano e si armonizzano, sebbene Cristo non ci ha mandato per risolvere i problemi del mondo ma per salvare le anime dal peccato e dare loro la grazia di Dio”.

(Fine della prima parte. Continua)

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  1. Avatar Gianluca Varone

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