I cattolici e le bombe atomiche in Giappone: un ricordo a 70 anni dalla strage

HiroshimaIl 6 agosto di ogni anno, festa liturgica della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo, è il triste anniversario della prima bomba atomica della storia sganciata sulla città giapponese di Hiroshima. Quest’anno ricorre il 75° anniversario. Quel giorno del 1945, alle 8:15 del mattino, morirono sul colpo tra 70-80.000 persone, mentre negli anni seguenti le radiazioni sprigionate dall’esplosione hanno prodotto ancora migliaia di vittime (lo stesso accadde il 9 agosto del 1945, alle 11:00, a Nagasaki, dove fu ripetuto lo stesso orrore, con le stesse conseguenze sui corpi dei colpiti). Facendo memoria delle vittime delle atomiche, si può riflettere anche sulla dolorosa storia della fede di uno dei più amati e particolari paesi del mondo: il Giappone, terra di santità nascosta.

Forse in molti non sanno che nelle due città di Hiroshima e Nagasaki (nel 1929 di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 erano a Nagasaki) vi erano i maggiori centri della cristianità giapponese, quella cristianità che arrivò nella terra del Sol Levante nel XVI secolo, grazie ai padri gesuiti con a capo San Francesco Saverio, quella cattolicità che sopravvisse a violente persecuzioni e visse una fede in segreto, attraverso i cosidetti Kakure Kirishitan, quei cristiani giapponesi che si resero ‘catacombali’ per 200 anni.

Ad Hiroshima, dopo l’esplosione atomica, fece clamore la storia di 8 gesuiti che sopravvissero illesi e senza conseguenze per le radiazioni. Furono testimoni oculari di quell’abominio. Il padre gesuita Pedro Arrupe racconterà l’esperienza drammatica che lui ed i suoi compagni si ritrovarono a dover condividere: «Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata. […] Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l’effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l’un l’altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. […] il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell’aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l’uno all’altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore».

Un altro dei sopravvissuti, Padre Hubert Schiffer ha testimoniato: «Attorno a me c’era soltanto una luce abbagliante. Tutto ad un tratto, tutto si riempì istantaneamente da una esplosione terribile. Sono stato scaraventato nell’aria. Poi si è fatto tutto buio, silenzio, niente. Mi sono trovato su una trave di legno spaccata, con la faccia verso il basso. Il sangue scorreva sulla guancia. Non ho visto niente, non ho sentito niente. Ho creduto di essere morto. Poi ho sentito la mia  voce. Questo è stato il più terribile di tutti quegli eventi. Mi ha fatto capire che ero ancora vivo e ho cominciato a rendermi conto che c’era stata una terribile catastrofe! Per un giorno intero i miei tre confratelli ed io siamo stati in questo inferno di fuoco, di fumo e radiazioni, finché siamo stati trovati ed aiutati da soccorritori. Tutti eravamo feriti, ma con la grazia di Dio siamo sopravissuti».

Ed a quanti chiedevano loro spiegazioni sul come mai fossero sopravvissuti, padre Schiffer rispondeva: «Noi crediamo che siamo sopravvissuti perché vivevamo il messaggio di Fatima. In quella casa noi pregavamo e vivevamo il Rosario». Altro fatto sorprendente accadde a Nagasaki. Il Mugenzai no Sono, cioè il Giardino dell’Immacolata, un convento francescano fondato da San Massimiliano Kolbe, rimase miracolosamente in piedi mentre migliaia di edifici in tutta la città furono rasi al suolo.

Maria Rocca

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