Foibe. Preti e suore fatti fuori dai comunisti di Tito

Presso il Palazzo del Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 9 febbraio ha incontrato varie associazioni che si battono per ricordare gli infoibati e gli esuli dall’Istria, dalla Dalmazia, e dagli altri territori già italiani sottratti all’Italia dai comunisti di Tito.

Celebrare il Giorno del Ricordo, ricordare le foibe, ha spiegato il capo dello Stato, “significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la II guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Mentre, infatti, sul territorio italiano, in larga parte, la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave. Un destino comune a molti popoli dell’Est Europeo: quello di passare, direttamente, dalla oppressione nazista a quella comunista. E di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismi del Novecento, diversi nell’ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione, controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti. Un destino crudele per gli italiani dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia, attestato dalla presenza, contemporanea, nello stesso territorio, di due simboli dell’orrore: la Risiera di San Sabba e le Foibe”.

Mattarella ha ricordato che “la zona al confine orientale dell’Italia, già martoriata dai durissimi combattimenti della Prima Guerra mondiale, assoggettata alla brutalità del fascismo contro le minoranze slave e alla feroce occupazione tedesca, divenne, su iniziativa dei comunisti jugoslavi, un nuovo teatro di violenze, uccisioni, rappresaglie, vendette contro gli italiani, lì da sempre residenti. Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha voluto insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titoista. Impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani, antifascisti, persino militanti comunisti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ‘900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di ‘infoibato’”.

La tragedia delle popolazioni italiane non si esaurì in quei barbari eccidi, concentratisi, con eccezionale virulenza, nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945. Alla fine del conflitto, l’Italia si presentava nella doppia veste di Paese sconfitto nella sciagurata guerra voluta dal fascismo e, insieme, di cobelligerante. Mentre il Nord Italia era governato dalla Repubblica di Salò, i territori a est di Trieste erano stati formalmente annessi al Reich tedesco e, successivamente, vennero direttamente occupati dai partigiani delle formazioni comuniste jugoslave. Ma le mire territoriali di queste si estendevano anche su Trieste e Gorizia. Un progetto di annessione rispetto al quale gli Alleati mostravano una certa condiscendenza e che, per fortuna, venne sventato dall’impegno dei governi italiani.

“Certo, non tutto andò secondo gli auspici e quanto richiesto e desiderato”, ha spiegato Mattarella. “Molti italiani rimasero oltre la cortina di ferro. L’aggressività del nuovo regime comunista li costrinse, con il terrore e la persecuzione, ad abbandonare le proprie case, le proprie aziende, le proprie terre. Chi resisteva, chi si opponeva, chi non si integrava nel nuovo ordine totalitario spariva, inghiottito nel nulla. Essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua era motivo di sospetto e di persecuzione. Cominciò il drammatico esodo verso l’Italia: uno stillicidio, durato un decennio. Paesi e città si spopolavano dalla secolare presenza italiana, sparivano lingua, dialetti e cultura millenaria, venivano smantellate reti familiari, sociali ed economiche. Il braccio violento del regime comunista si abbatteva furiosamente cancellando storia, diversità, pluralismo, convivenza, sotto una cupa cappa di omologazione e di terrore. Ma quei circa duecentocinquantamila italiani profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. Ci furono – è vero – grandi atti di solidarietà. Ma la macchina dell’accoglienza e dell’assistenza si mise in moto con lentezza, specialmente durante i primi anni, provocando agli esuli disagi e privazioni. Molti di loro presero la via dell’emigrazione, verso continenti lontani. E alle difficoltà materiali in Patria si univano, spesso, quelle morali: certa propaganda legata al comunismo internazionale dipingeva gli esuli come traditori, come nemici del popolo che rifiutavano l’avvento del regime comunista, come una massa indistinta di fascisti in fuga. Non era così, erano semplicemente italiani. La guerra fredda, con le sue durissime contrapposizioni ideologiche e militari, fece prevalere, in quegli anni, la real-politik. L’Occidente finì per guardare con un certo favore al regime del maresciallo Tito, considerato come un contenimento della aggressività della Russia sovietica. Per una serie di coincidenti circostanze, interne ed esterne, sugli orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani, cadde una ingiustificabile cortina di silenzio, aumentando le sofferenze degli esuli, cui veniva così precluso perfino il conforto della memoria. Solo dopo la caduta del muro di Berlino – il più vistoso, ma purtroppo non l’unico simbolo della divisione europea – una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e sul successivo esodo, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione”.

Per Mattarella “l’istituzione, nel 2004, del Giorno del ricordo, votato a larghissima maggioranza dal Parlamento, dopo un dibattito approfondito e di alto livello, ha suggellato questa ricomposizione nelle istituzioni e nella coscienza popolare”.

Rivolgendosi ai presenti, figli e discendenti di quegli italiani dolenti, perseguitati e fuggiaschi, Mattarella ha spiegato che “portano nell’animo le cicatrici delle vicende storica che colpì i loro padri e le loro madri. Ma quella ferita, oggi, è ferita di tutto il popolo italiano, che guarda a quelle vicende con la sofferenza, il dolore, la solidarietà e il rispetto dovuti alle vittime innocenti di una tragedia nazionale, per troppo tempo accantonata”.

Quella “ferita” colpì anche la Chiesa, foibe comprese.

Padre Antonio Curcio, parroco di Bencovaz (Dalmazia), don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, don Giovanni Manzoni, parroco di Rava (Sebenico), don Ladislao Piscani, vicario di Circhina (Go), don Miroslavo Bullesich, parroco di Mompaderno e vice direttore del Seminario di Pisino, sei suore scomparse da un convento di Fiume e 76 religiosi di cui non si è saputo più nulla, padre Francesco Bonifacio e don Miro Bulesic, oggi beati, uccisi entrambi in “odium fidei” sono alcuni dei numerosi sacerdoti e suore che, dal 1943 al 1948, persero la vita gettati nelle foibe insieme ad un imprecisato numero di persone, colpevoli di essere italiane.

Non sono mai stati censiti gli omicidi efferati perpetrati dalle milizie del leader comunista Josip Broz Tito, ma di alcuni che hanno riguardato sacerdoti e religiosi è rimasta traccia. Tra questi quelli di don Raffaele Busi Dogali e don Giovanni Pettenghi, pugnalati a morte rispettivamente il 15 Giugno ed il 2 Agosto, in Dalmazia, don Antonio Pisic, assassinato il 31 Gennaio 1945, don Lodovico Sluga, ucciso assieme ad altre 12 persone, il seminarista Erminio Pavinci da Chersano (Fianona) ucciso insieme al padre Matteo, il parroco di Golazzo (diocesi di Fiume), prelevato dai titini il 14 Agosto 1947 mentre accompagnava un funerale.

Tantissimi sacerdoti affrontano con coraggio e determinazione la difficile e pericolosa situazione determinatasi. Uomini di pace e di concordia si prodigavano per soccorrere tutti (italiani e slavi), per aiutare amici e nemici, per dare sepoltura cristiana a tutti coloro che erano vittime dell’odio e delle vendette più feroci. Molti di quei coraggiosi sacerdoti cercano anche di rintracciare le persone uccise nelle foibe per dare loro una degna sepoltura.

Fra le figure di religiosi balzati alla cronaca e rimasti nei cuori degli esuli giuliano-dalmati possiamo citare monsignor Antonio Santin, che a Capodistria venne assaltato da una folla di titini inferociti sotto lo sguardo indifferente delle guardie del Popolo.

Padre Francesco Bonifacio e don Miro Bulesic, oggi beati e periti in “odium fidei”. Il primo fu sorpreso lungo la strada di casa da quattro guardie popolari; picchiato a morte i suoi resti non furono mai ritrovati (si pensa siano stati infoibati). Il secondo, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino, fu trucidato il 24 Agosto del 1947 dopo aver cresimato 237 ragazzi nella chiesa di Lanischie, sempre in Istria. Alla fine della liturgia don Miroslav e monsignor Jacob Ukmar furono assaliti dai militanti comunisti che volevano impedire la celebrazione delle cresime. Le milizie croate fecero irruzione nella canonica dove sgozzarono don Miroslav e picchiarono a sangue monsignor Ukmar.

Don Angelo Tarticchio originario di Gallesano d’Istria all’età di 36 anni fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato e ingiuriato insieme ad altri compaesani, dopo orribili sevizie fu gettato nella foiba di Gallignana. Riesumato il corpo fu trovato completamente nudo con una corona di spine conficcata nella testa.

Questi alcuni dei fatti che colpirono quelle terre e che videro sacerdoti e suore vessati dalle milizie titine sia per la loro fede, sia perché difensori e guide di inermi popolazioni. Alle uccisioni ed aggressioni contro gli ecclesiastici italiani si sommarono altre violenze gratuite come la distruzione di edifici e arredi sacri.

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