Esclusivo. Marco Tosatti: “la scomparsa degli inginocchiatoi dalle chiese è un disastro spirituale”

 

Nel tardo pomeriggio di sabato 5 ottobre si è tenuta a Roma, a due passi dal Vaticano, la Conferenza internazionale “Ogni ginocchio si pieghi. La maestà e l’amore infinito della Santa Comunione”.

Attraverso l’iniziativa, organizzata dal Comitato internazionale laicale “Uniti con Gesù Eucaristia per le mani santissime di Maria”, sono state presentate alla stampa le 11 mila firme raccolte attraverso una petizione multilingue che chiede ai vertici della Chiesa Cattolica di permettere ai fedeli di trovare ancora gli inginocchiatoi nelle chiese, di estendere al mondo intero la modalità di distribuzione della Comunione eucaristica attuata in Vaticano per le Celebrazioni pontificie (vale a dire sulla lingua e in ginocchio) e, infine, l’introduzione del divieto della distribuzione della Santissima Eucaristia per i non consacrati.

La Fede Quotidiana vi propone in esclusiva il contributo video donato alla Conferenza dal giornalista vaticanista Marco Tosatti e la trascrizione della profonda riflessione del noto giornalista sul tema dell’inginocchiarsi davanti a Dio e dell’importanza degli inginocchiatoi nelle Chiese.

Buongiorno. Personalmente credo che la scomparsa degli inginocchiatoi da moltissime chiese, in Italia e altrove, sia un disastro. C’è un rapporto preciso e diretto fra mente, intenzione, spirito e corpo. L’uso del corpo è fondamentale per esprimere nella sua pienezza quello che lo spirito vuole trasmettere. Non è un caso che altre antiche tradizioni religiose, come l’ebraismo, vogliano che la preghiera sia accompagnata da un movimento del corpo, a significare un’unità totale fra l’intenzione di preghiera dell’orante, le sue parole e l’unità completa del suo essere mentre si rivolge a Dio. Pensiamo all’importanza della proskynesis nelle tradizioni cristiane orientali e ortodosse. Pensiamo alla gestualità fisica nella preghiera dell’islam. E all’importanza dell’unione corpo-spirito nelle tradizioni legate al buddismo e alla meditazione zen. Per non parlare dell’esperienza dell’esicasmo, la preghiera del cuore, nel cristianesimo dell’Europa orientale. La tradizione cattolica presenta in innumerevoli quadri i santi in preghiera inginocchiati. Credo che se visitassimo le stanze in cui santi grandissimi hanno vissuto, vi troveremmo sempre un inginocchiatoio. La memoria recente ci riporta alcune immagini drammatiche. Come non ricordare san Giovanni Paolo II, al culmine della sua malattia, durante le ultime processioni del Corpus Domini, quasi accasciato in ginocchio davanti al Santissimo? Ma neanche allora rinunciava a esprimere, con tutto il suo corpo devastato dalla malattia il suo rispetto, la sua devozione e il suo amore per l’ostia consacrata, il corpo di Cristo. Vorrei poi fare un’altra considerazione. Inginocchiarsi è da sempre dimostrare con tutto il corpo il proprio rispetto nei confronti di qualcuno o di qualcosa. Lo pretendevano molti sovrani nel passato. Nel tempo presente, inginocchiarsi significa riconoscere e mostrare – non solo a parole, ma con i fatti; e niente è più fattuale del corpo – la propria umiltà verso qualche cosa di più grande e più alto. E quale momento più alto abbiamo di quello in cui siamo dinanzi a Nostro Signore, che si offre a noi non solo in Spirito, ma fisicamente nell’ostia? Infine, un’ultima considerazione, minima. Se l’Eucarestia è il punto centrale dell’Ultima Cena, e se in questo modo noi partecipiamo, durante la messa all’Ultima Cena del Signore, perché dovremmo vivere questo momento impressionante, e assumere l’ostia in piedi, come cavalli? Un grande scrittore francese, molto anziano, disse a un suo amico che si preoccupava delle sue condizioni di salute: grazie a Dio, sono ancora abbastanza uomo per inginocchiarmi. Ecco, siamo uomini – e donne – e inginocchiamoci.

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