È andato incontro al Signore don Gerlando Lentini, “prete soltanto prete”

 

È andato incontro al Signore, a quella Santissima Trinità che ha servito fedelmente e nella dignitosa povertà tutta la vita, il sacerdote Gerlando Lentini.

“Prete soltanto prete” (come amava definirsi e come ha intitolato uno dei suoi libri), giornalista, scrittore, don Lentini aveva 89 anni e fino all’ultimo è stato il direttore del mensile “La Via” (guidato per ben 53 anni), con cui raggiungeva migliaia di persone in mezzo mondo sia nella versione cartacea che via web.

Don Lentini è stato, per conto di varie edizioni cattoliche, autore di oltre settanta pubblicazioni che spaziano dalla saggistica alle scienze bibliche, dall’agiografia alla formazione Cattolica, testi che non ha mai presentato in pubbliche occasioni perché non amava la visibilità, e non amava apparire.

Don Gerlando Lentini, per chi lo ha conosciuto, compreso chi scrive, si può solo ricordare come un grande e integerrimo sacerdote che ha saputo vivere e testimoniare, con la sua santa vita, il Cristo morto e risorto. Dotto, colto e ineguagliabile scrittore, è stato un servo buono e fedele del Vangelo, un fervente e zelante sacerdote, difensore della ortodossia della fede cristiana.

Intransigente nei principi cattolici, sempre in abito talare, generoso e affabile nei rapporti umani, don Lentini è stato maestro di vita e di fede, direttore spirituale di molte anime.

Nei suoi testi, sempre animato dal fervore della fede cattolica, da  trasmettere e conservare con fedeltà, ha parlato di molti argomenti, dall’agiografia alla storia, dalla letteratura alla mariologia, dai problemi esistenziali alla dogmatica.

Don Lentini era nato l’8 giugno 1930 a Ribera, da genitori arrivati da Favara; è stato presbitero diocesano della chiesa agrigentina, dove fu ordinato nel 1953.

Dopo studi sia letterari che teologici nel seminario di Agrigento, don Lentini fu professore di lettere nello stesso seminario e di religione nelle scuole statali.

Fu anche direttore spirituale nel seminario minore, parroco per alcuni anni, confessore e direttore spirituale di gruppi giovanili, scrittore a tempo pieno.

Se non ha fatto “carriera ecclesiastica”, hanno scritto qualche tempo fa Gaspare Corso e Franco Mascarella, “la colpa – o il merito? – è probabilmente di una certa sua intransigenza dottrinale, peraltro messa in pratica con puntigliosità quotidiana, che non lascia spazio ad alcun compromesso o ipocrisia. Per sua fortuna e nostra, però, questa intransigenza non si traduce in durezza dei rapporti umani. Tutt’altro. Nei rapporti privati è affabile, generoso, premuroso soprattutto con chi è stato colpito dal destino o dagli uomini. Se sul piano dottrinale appare come uno che si spezza ma non si piega, sul piano umano è molto evangelico, non tira pietre ai peccatori, li soccorre con una buona parola o con un libro di preghiere”.

Dalla direzione del Giornale La Via abbiamo ricevuto il seguente messaggio: “Gentile lettore, oggi 16 novembre 2019 alle ore 4:00 il Signore ha chiamato a sé il Sacerdote don GERLANDO LENTINI. Preghiamo il Signore affinché lo accolga nella sua dimora di luce e di pace. La camera ardente sarà allestita da giorno 17 novembre dalle ore 16:00 alle ore 19:00 presso la Chiesa di San Giuseppe. I funerali si terranno presso la Chiesa Madre di Ribera (AG) lunedì 18 novembre alle ore 15:00”.

Per comprendere, seppur parzialmente, don Gerlando Lentini sono molto significative alcune risposte che aveva dato a due giornalisti siciliani.

Eccone un florilegio.

«Sono entrato in seminano nell’ottobre del 1941, ad undici anni, col desiderio di farmi prete. Evidentemente la decisione di farmi prete l’ho presa a fine liceo classico, dopo aver pregato, riflettuto e chiesto consiglio a persone sagge. II Seminario, contrariamente a quanto si crede, non mi ha per nulla condizionato … il seminario seleziona e prepara: io ci stetti ben dodici anni molto contento, impegnato nella mia formazione umana, cristiana e sacerdotale con ottimi superiori e insegnanti».

«La mia fede è andata sempre alla ricerca di una base razionale che la giustifichi. Una fede, infatti, non è degna dell’uomo, se non sostenuta da una base razionale. Ciò detto, dall’ordinazione ho avuto la coscienza di essere stato investito da una tremenda responsabilità dinanzi a Dio e alla Chiesa, intesa come popolo di Dio; una responsabilità, sottolineo, tremenda, poiché il prete – nel suo ministero – agisce nella persona di Cristo, così come Cristo agisce nella sua persona. E’ tremendo dire ogni giorno: “Questo è il mio corpo” o “Io ti assolvo”, e sapere che le mie parole sono le parole di Cristo che consacra ed assolve … Ho sempre creduto che il progetto di Dio su di me fosse quello di essere prete; nonostante tutto, è una vita fortemente motivata, che ha un fascino inesauribile, che fa toccare con mano la fragilità dell’uomo e la potenza di Dio. Il guaio è che è un ideale fin troppo diffìcile “da realizzare in pieno. Bisogna fare sempre appello alla misericordia di Dio, se no…».

«Dubbi sulla fede? Ma la fede di noi cattolici è così profonda (si pensi al mistero trinitario, alla santa Eucaristia…) che è impossibile che non sorgano delle domande, più che dei dubbi; domande o dubbi che vanno superati con la preghiera, la lettura assidua delle Scritture, lo studio e, soprattutto l’esperienza eucaristica giornaliera. Dubbi sulla mia vocazione sacerdotale? Mai, poiché chi ha preso una decisione così importante ad occhi aperti, ma anche ha detto sì nella celebrazione del matrimonio, deve risolvere tutte le crisi e i problemi che sorgono nella vita sulla base di quel sì. Il sì sacerdotale o matrimoniale non è una certezza matematica, ma morale: è un atto della volontà. Dei preti hanno lasciato il sacerdozio e tante coppie hanno rovinato la famiglia per essere ritornati ad esaminare quel sì, che, non scaturendo da una certezza matematica, può presentare qualche lato debole».

«Io vedo il paradiso come lo vedono Gesù Cristo e la Chiesa. Come ogni cattolico, credo quello che Dio ci ha rivelato e la Chiesa ci propone a credere. Quando la storia degli uomini finirà col giudizio universale, i buoni — dice Gesù — andranno “alla vita eterna”, i cattivi “al supplizio eterno”. L’inferno non potrà essere una società, poiché i dannati odieranno Dio e si odieranno tra di loro: non, quindi, più società, ma zero società. Il Paradiso è uno stato di vita soprannaturale che non può essere descritto con parole umane, possiamo solo intuirlo un po’. Gesù dice al ladro pentito: “Oggi sarai con me in Paradiso!”: Il paradiso è essere con Gesù nella gioia del Padre e dello Spirito Santo. L’apostolo Giovanni dice che, in Paradiso, “saranno simili a Dio”, felici quindi della sua stessa felicità, perché “Lo vedremo come Egli è”: vedere biblicamente significa possedere, partecipare, vivere della stessa vita; felici di una felicità oggettivamente infinita come Dio».

«Parlare di costrizione al celibato è offensivo per la chiesa e per noi preti: nessuno ci ha costretto ad abbracciare il celibato; è stata una libera scelta fatta ad occhi aperti per amore di Cristo e della chiesa; farsi preti non è un diritto. La vocazione non sta nel dire: io voglio farmi prete; sta invece nella chiamata della Chiesa: è la Chiesa che mi chiama, tramite il Vescovo, ad essere prete. E la Chiesa ha il diritto di dettarne le condizioni: una di queste condizioni è il celibato abbracciato per il Regno di Dio. Si dirà: una volta, nei primi secoli, non era così; potevano essere ordinati anche uomini sposati. Ora, però, è così perché la Chiesa avanza nella storia guidata dallo Spirito Santo e alla sua luce ha maturato questa decisione».

 

«Il potere temporale dei Papi, grazie a Dio e a dispetto di Cavour e Garibaldi, c’è ancora, anche se con un dettaglio di secondaria importanza: prima tale potere si esercitava su 30 mila chilometri quadrati, ora su mezzo chilometro: ma in questo mezzo chilometro quadrato il Papa esercita i suoi poteri regali, non soggetto ad alcun potere temporale. È stata questa ed è questa la funzione del potere temporale. Non ho alcuna nostalgia di uno Stato temporale grande; solo mi vergogno, come cittadino italiano e come cristiano, che la Chiesa in questo passaggio sia stata trattata come un’associazione a delinquere, e che gli Ordini religiosi siano stati sciolti e rapinati calpestando lo stato di diritto, che i liberalmassonici dello scorso secolo non sapevano che cosa fosse».

«Io non sono giornalista, sono un prete che esercita il suo ministero della Parola come qualsiasi altro prete; e siccome la Parola la si può pure scrivere, e il Signore mi ha dato questo dono, cerco di sfruttarlo negli interessi del regno di Dio».

«Mi sta particolarmente a cuore il volumetto “Perché cattolici” che, regalato dal caro estinto Lillo Miliano a un giovane calvinista, fu lo strumento di cui si servì il Signore per la sua conversione e la sua vocazione sacerdotale».

«Il denaro è il dio di questo mondo, e dice Gesù: “Non potete servire a Dio e al denaro, dovete scegliere!” Io ho scelto Dio, e anche il denaro lo vedo alla luce di Dio: usarne tanto quanto è necessario senza attaccarvi il cuore».

«La politica della Chiesa, diceva Pio XI, è la politica del Padre Nostro; la politica dei cattolici dovrebbe essere animata dalla dottrina sociale della Chiesa basata sul Vangelo: non è un programma politico, ma dei principi cui dovrebbe ispirarsi i cattolici e le formazioni politiche promosse dai cattolici. Ed è quello che ho cercato di fare e di inculcare. L’attività politica, salvo casi di emergenza (es. caso don Sturzo e arciprete Licata) spetta ai laici cattolici; perciò, fecero male sia quei preti che diventarono galoppini elettorali di uomini della DC sia quegli altri che si aggregarono e si fecero strumentalizzare da comunisti e socialisti (es. sul piano nazionale, don Baget Bozzo). La Chiesa in quanto tale e il clero non possono non essere che la coscienza critica della politica, particolarmente di quella dei cattolici; per far questo devono saper mantenere distacco e distanza. Ed è quello che ho cercato di fare. Pertanto, pur fortemente critico della DC, votai secondo coscienza sempre DC. E ciò non per obbedienza ai Vescovi, che non ordinarono mai di votare Dc, ma perché era l’unico partito che salvaguardava alcuni valori umani e cristiani essenziali: es. l’indissolubilità del matrimonio, il valore della vita sin dal concepimento, la libertà della scuola».

«Il comunismo è stato ed è la più grande menzogna del nostro secolo: per la prima volta si tentò di costruire una società atea, con gli effetti catastrofici che ancora vediamo. Come non aver paura? I primi ad essere ingannati furono i poveri comunisti, anche in Italia; ed è strano che questo partito, anche in Italia, non si sia disfatto e non sia stato dimenticato, pur costretto a cambiare nome e a rinnegare tutti i suoi padri: da Marx a Berlinguer, passando per Togliatti».

«Il potere della Massoneria è ancora grande. Sino a qualche anno fa, della Massoneria si doveva parlare bene perché aveva fatto (malamente) l’Italia. Oggi pare che non si sia più obbligati, al punto che qualche pubblico ministero può osare d’indagare anche sulle Logge, scoprendo quel che una volta non si doveva neppure sospettare che ci potesse essere».

«Un cristiano sceglie, con la grazia di Dio, di praticare quel che Gesù ci comanda: compiacere il prossimo in tutto ciò che è buono e lecito; resistere, sino alla persecuzione e al martirio, quando ci si chiede di rinnegare Cristo e il suo Vangelo. Peraltro, al di là delle nostre incoerenze, si può sempre sperare nella misericordia di Dio».

«Essere cattolici oggi significa quel che ha sempre significato: fedeltà a Cristo e alla sua chiesa sia da preti che da laici, sia in famiglia che sul luogo di lavoro, sia in economia che in politica. Il vangelo, infatti, è totalizzante, anche se  non  totalitario  nè integralista; il che significa che è una proposta da accogliere e da praticare liberamente, ma non d’imporre mai e poi mai con violenza fisica o morale».

 

MATTEO ORLANDO

 

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