Don Martìn Lasarte: “il dibattito sui preti sposati rivela un clericalismo radicato”

Come spiega attraverso una lettera ad AsiaNews, per padre Martìn Lasarte, salesiano, l’idea dei “viri probati” rischia di essere una risposta affetta da clericalismo. Nella storia della Chiesa vi sono state evangelizzazioni fruttuose grazie ai laici battezzati, senza preti (Corea, Vietnam e oggi molte nazioni africane).

Ecco il testo della lettera pubblicata su AsiaNews

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Si dice che l’ordinazione sacerdotale di laici nelle comunità lontane è necessaria, perché il ministro difficilmente le può raggiungere. A mio modo di vedere, l’impostazione del problema in questi termini pecca di un enorme clericalismo. Sembra che dove non c’è il “pretino” o la “suorina” non ci sia vita ecclesiale. Il problema di fondo è molto più serio. Si è creata una Chiesa con poco o nessun protagonismo e senso di appartenenza dei laici, una Chiesa che, se non c’è il “prete”, non funziona. Questa è un’aberrazione ecclesiologica e pastorale. La nostra fede, in quanto cristiani, è radicata nel battesimo, non nell’ordinazione sacerdotale.

Talvolta ho l’impressione che si voglia clericalizzare il laicato. Occorre anzitutto una Chiesa di battezzati protagonisti, di discepoli e missionari. In varie parti della nostra America, si ha l’impressione che si sia sacramentalizzato ma non evangelizzato, che si sia mescolata l’acqua con l’aceto, ma non l’acqua col vino. Una visione “funzionale” del ministero, che non rivitalizzi l’intera comunità cristiana come protagonista dell’evangelizzazione, pur avendo dei laici ordinati, non risolverà il problema, l’impegno battesimale cristiano rimarrà lo stesso.

È opportuno allargare l’orizzonte e guardare la vita e l’esperienza della Chiesa. La Chiesa della Corea è nata dall’evangelizzazione dei laici. Il laico Yi Seung-hun, battezzato in Cina, diffonde la Chiesa cattolica nel paese, battezzando egli stesso. Per 51 anni dalla sua fondazione (1784-1835), la Chiesa coreana è stata evangelizzata dai laici, con la presenza occasionale di qualche sacerdote. Quella comunità cattolica fiorì e si diffuse enormemente, nonostante le terribili persecuzioni, grazie al protagonismo dei battezzati.

La Chiesa del Giappone, fondata da s. Francesco Saverio (1549), cresce vertiginosamente per tre secoli e sotto le persecuzioni; i missionari vengono espulsi e l’ultimo sacerdote viene martirizzato nel 1644. Solo dopo più di 200 anni torneranno i sacerdoti (missionari francesi) e troveranno ancora una Chiesa viva formata dai kakure kirishitan (cristiani nascosti). Nelle comunità cristiane c’erano vari ministeri: un responsabile, catechisti, battezzatori, predicatori. È interessante il criterio che i cristiani custodirono fino all’arrivo dei nuovi sacerdoti nel 19mo secolo: la Chiesa tornerà in Giappone e lo saprete da questi tre segni: «i sacerdoti saranno celibi, ci sarà una statua di Maria ed essi obbediranno al papa-sama di Roma».

Passo a qualcosa di più personale, alla mia esperienza missionaria di 25 anni in Africa (Angola). Una volta terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visitare comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono rimaste salde nella fede ed erano comunità dinamiche, guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio ai più poveri. Una Chiesa viva e laica in assenza di sacerdoti.

In America Latina non mancano esempi positivi, come tra i Quetchi del Guatemala centrale (Verapaz) dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in alcune comunità, i ministri laici hanno comunità vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechistici, missioni, tra i quali i gruppi evangelici hanno potuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono state fondate persino congregazioni religiose femminili e maschili di origine totalmente locale.

Perché mancano vocazioni in Amazzonia

La mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di opzioni teologico-pastorali che non hanno dato i risultati previsti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta dei “viri probati” come soluzione all’evangelizzazione è una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca il vero problema di fondo.

Papa Francesco scrive nell’Evangelii gaudium 107: “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione”.

Il papa tocca qui la chiave del problema. Non è la mancanza di vocazioni, ma la scarsa proposta, la mancanza di fervore apostolico, la mancanza di fraternità e preghiera; la mancanza di processi seri e profondi di evangelizzazione.

Faccio un paragone con altri due “biomi” ricchi di vita biologica, spirituale ed ecclesiale: il bioma del fiume Brahmaputra e il bioma del bacino del Congo.

Nell’India nord-orientale, l’evangelizzazione avanza in modo decisivo dal 1923, ad opera di una piccola comunità cattolica che non raggiungeva i 1.000 cristiani. Secondo i dati del 2018, questa regione oggi consta di 1.647.765 cattolici, con 3.756 religiosi e 1.621 sacerdoti (metà dei quali appartenenti alle minoranze etniche locali e il resto missionari di altre parti dell’India). Ci sono 15 diocesi radicate nelle minoranze etniche con circa 220 lingue locali (Naga, Khasi, Wancho, Nocte, Jaintia, Apatani, Goro, Ahom, War, Bodo…). Queste popolazioni, come quelle amazzoniche, sono rimaste per secoli isolate dall’induismo, dall’islamismo e dal buddismo, rifugiate tra le montagne e le foreste dell’Himalaya, vivendo le loro pratiche ancestrali. In 90 anni è avvenuto un cambiamento impressionante. Il rapporto tra fedeli e sacerdoti cattolici oggi è di 1 a 1.000, il che è eccellente. Molti cristiani di queste minoranze “tribali” hanno occupato posti significativi nella politica locale e nazionale dell’India.

L’altro bioma è il fiume Congo, con i Paesi circostanti: oltre 500 popoli e lingue. Il cristianesimo ha attraversato varie difficoltà, le stesse di altri contesti, con in più la sfida di essere considerato come la religione del colonialismo durante il periodo della decolonizzazione (anni ’60 e ’70). Nonostante tutto, la fioritura delle Chiese africane è evidente e promettente. In quel bioma, le vocazioni sacerdotali sono cresciute del 32% negli ultimi 10 anni e la tendenza sembra continuare.

Potremmo portare altri esempi dal Vietnam, dall’Indonesia (il Paese più musulmano del mondo), da Timor Est, dall’Oceania… ma certamente non dalla nostra Europa secolarizzata. In tutte le regioni geografiche esistono sfide e difficoltà nelle comunità cristiane; ma si vede che dove esiste un’opera di evangelizzazione seria, autentica e continua, non mancano le vocazioni al sacerdozio.

L’inevitabile domanda che si pone è: come è possibile che popoli con tante ricchezze e somiglianze antropologiche-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti, miti, un forte senso comunitario, la comunione con il cosmo, con profonda apertura religiosa… abbiano fatto fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400 anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono diocesi e congregazioni presenti da oltre un secolo e che non hanno una sola vocazione indigena locale. C’è forse un gene in più o in meno, o il problema è un altro? Le differenze culturali sono così ampie?

Una possibile risposta è che i popoli amazzonici, culturalmente, non comprendono le esigenze del celibato. Questo problema è stato sollevato da tanti, forse anche con buona volontà, ma è impregnato di forti preconcetti culturali, per non dire razziali… Esattamente lo stesso problema si era posto in India, in Oceania e in Africa. L’enciclica Maximum illud, di cui si celebra il centenario durante il sinodo con un mese missionario straordinario, risponde a questo problema. Il documento incentiva e stimola la promozione delle vocazioni indigene, nelle Chiese che furono o erano dipendenti dalle colonie europee.

Qui possiamo vedere, a titolo di esempio, il magnifico lavoro missionario degli Spiritani, dei Padri Bianchi, che hanno optato decisamente per le vocazioni locali, creando seminari fiorenti in tutta l’Africa.

Certamente, dedicarsi a lavorare per le vocazioni è impegnativo, implica l’investimento di mezzi e del personale migliore. Talvolta la vita missionaria ha evitato questo prezioso servizio che in realtà è quello che coopererà a creare una Chiesa dal volto amazzonico. A volte è molto più gratificante una vita di “eroe itinerante” nelle foreste, piuttosto che una dedizione amorevole, paziente e rispettosa nell’accompagnamento e nella formazione delle vocazioni locali.

Il Sinodo che si sta celebrando a Roma ha come tema “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”.  È comune sentire l’espressione nuovi cammini per l’evangelizzazione come sinonimo per promuovere le ordinazioni di viri probati. Io sono del tutto d’accordo che dobbiamo cercare “nuove vie” per l’evangelizzazione. Ma forse non siamo d’accordo nel dire dove sta la novità.

Penso che in varie parti dell’America Latina, e in particolare dell’Amazzonia, uno dei problemi pastorali sia l’insistenza sui “vecchi percorsi”. Esiste un gran conservatorismo in diverse Chiese e strutture ecclesiali. Non mi riferisco solo ai tradizionalisti preconciliari, ma a linee pastorali, mentalità che si sono radicate nel ’68 e nel decennio ’70-’80.

Per alcuni, l’unica Assemblea continentale dei vescovi latinoamericani è stata Medellín, ignorando la ricchezza e la riflessione di Puebla, Santo Domingo, Aparecida, in particolare per quanto riguarda il problema del dialogo con la cultura, l’evangelizzazione, la missionarietà.

A mio parere vi sono tre tipi di Alzheimer pastorale che influiscono sulla sterilità evangelizzatrice dell’Amazzonia.

Antropologismo culturale

Nel 1971, un gruppo di 12 antropologi redasse la famosa Dichiarazione delle Barbados, la quale affermava che la Buona Novella di Gesù era una pessima notizia per le popolazioni indigene. Senza dubbio da questa provocazione si sviluppò in diverse parti un fecondo dialogo tra antropologi e missionari, che è servito a un reciproco arricchimento. Ma in altri luoghi si cadde in un’autocensura, perdendo la “gioia di evangelizzare” (Evangelii Gaudium 1-13). Ricordo casi di suore che decisero di non annunciare Gesù Cristo, né fare catechesi, “per rispetto della cultura indigena”. Si sarebbero limitate alla testimonianza e al servizio.

Dopo 20 anni, quando giunsero i gruppi evangelici nelle comunità indigene, chiesero al sacerdote della missione se non fosse il caso di parlare anche di Gesù. La risposta del prete fu: “Era tempo, sorelline, di dire qualcosa su Gesù”.

Talvolta l’insistenza sulla testimonianza è tale da pretendere che essa sostituisca l’annuncio. A questo proposito, Paolo VI, nel documento fondamentale sull’evangelizzazione Evangelii nuntiandi (22) ci dice: “Tuttavia ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava ‘dare le ragioni della propria speranza’ –, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati”.

Moralismo sociale

In più di un luogo ho sentito espressioni del genere da parte di operatori pastorali: “Quando la gente ha bisogno di servizi viene da noi (Chiesa cattolica), ma quando cercano un significato alla loro vita va da altri (evangelici ecc.)”. È evidente e costatabile che la Chiesa, volendo essere “una Chiesa samaritana”, ha dimenticato di essere una “Chiesa Maddalena”: è una Chiesa che fornisce servizi ma non annuncia la gioia della risurrezione del Signore.

L’impegno sociale della Chiesa, nell’evangelica opzione per i più poveri, è stata ed è un’enorme ricchezza, concretizzatasi in molteplici iniziative a favore della salute, l’educazione, la difesa dei diritti umani, la difesa delle terre indigene, l’organizzazione sociale delle comunità, le cooperative di produzione, la salvaguardia dell’ambiente…

Questo impegno per la dignità della persona, senza dubbio è stato e continua ad essere un aspetto costitutivo del processo di evangelizzazione, che esprime la dimensione diaconale della Chiesa. Un impegno del genere ha costituito una ricchezza non solo per la Chiesa latinoamericana, ma per la Chiesa universale.

Il problema sorge quando questo genere di attività assorbe il resto della vita e i dinamismi della Chiesa, lasciando in ombra, messe a tacere o date per scontate le altre dimensioni: kerigmatica, catechetica, liturgica, la koinonia. Siamo in una tensione irrisolta tra Marta e Maria.

Perfino la predicazione, a volte, in non pochi contesti, si è concentrata eccessivamente sulle questioni sociali riguardanti l’impegno, la trasformazione e la liberazione sociale; sulle problematiche dell’ingiustizia mondiale, sui peccati strutturali, ecc., elementi che fanno parte del messaggio di evangelizzazione, ma che sono stati trasmessi in modo tale che alla gente semplice dicevano o dicono poco o niente circa il brutto sogno avuto, la malattia del loro bambino, la loro particolare problematica familiare… Una predicazione fortemente segnata da “moralismo sociale” con tematiche e dinamiche a volte fortemente cariche di ideologia e di riduzionismi sociologici non è stata capace di toccare le fibre del cuore del popolo.

Grazie a Dio, se non è la programmazione pastorale intellettuale a pensare alla “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici”, ci pensa la stessa Vergine a prendersi cura dei suoi figli e a toccare il cuore popolare, non a partire da grandi riflessioni, ma dalla semplice pietà popolare: ricca, semplice, diretta, piena di affetto, molto sentita dai “piccoli”. Basta ricordare la grande devozione amazzonica alla Vergine di Nazaret, quando in ottobre, a Belém de Pará, circa due milioni di pellegrini accompagnano la processione del “Cirio de Nazaret” (immagine della Vergine di Nazaret).

Nella Chiesa latinoamericana, L’enorme emorragia di cattolici verso la costellazione delle Chiese evangeliche e neo-pentecostali, è dovuta senza dubbio a vari fattori, per cui non si può essere semplicisti, ma di certo la mancanza di una pastorale molto “più religiosa” e “meno sociologizzata” ha influito moltissimo su un’emigrazione verso le Chiese evangeliche e i nuovi movimenti religiosi, dove nella Parola, in un’accoglienza fraterna e calorosa, in una presenza costante, in un forte senso di appartenenza, trovano un “significato” e una compagnia per la loro vita.

A mio modo di vedere, questo è uno dei peccati teologici-pastorali di difficilissima conversione, in cui a fatica si riconoscono certi squilibri e le radicalizzazioni che hanno resa sterile la nostra pastorale, provocando una deforestazione spirituale. C’è una specie di impenetrabile atteggiamento difensivo in bunker ideologici. Si continua in maniera persistente sulla stessa linea.

Ho visitato una diocesi, dove all’inizio degli anni ’80, erano cattolici il 95% della popolazione; oggi sono il 20%. Ricordo il commento di uno dei missionari europei che hanno sistematicamente “dis-evangelizzato” la regione: «Non favoriamo la superstizione, ma la dignità umana». Penso che sia stato detto tutto.

La Chiesa in alcuni luoghi si è trasformata in un grande gestore di servizi (sanitari, educativi, promozionali, di advocacy…), ma poco in madre della fede.

Visitando una comunità della mia congregazione che opera tra gli indigeni, dopo aver lavorato per anni nell’educazione, nella legalizzazione delle terre, nella difesa dei fiumi contro le imprese minerarie, nella rivalutazione degli elementi culturali tradizionali, alcuni capi delle comunità indigene non permettono loro di entrare nel loro territorio, perché ora sono evangelici. Si sono fatte molte cose, ma sono mancati i processi per condividere la ricchezza e la bellezza della nostra fede cattolica, un ricco annuncio della Parola e la formazione di operatori pastorali.

Secolarismo

Un terzo Alzheimer è il secolarismo. Certamente è una sfida globale. A differenza dell’Europa occidentale, l’America Latina è più suscettibile agli influssi per la sua posizione geografica. Anche la cultura urbana secolarizzata esercita un influsso oltre i limiti della città: queste sfide sono in qualche modo normali a tutta la vita della Chiesa e a tutte le latitudini.

Ma il problema principale non sta nelle pressioni culturali dell’ambiente dominante, ma nel fatto che una Chiesa si secolarizza, quando i suoi operatori pastorali interiorizzano le dinamiche di una mentalità secolarizzata: l’assenza o una manifestazione molto timida della fede quasi chiedendo perdono.

Le conseguenze di queste opzioni o influenze pastorali, senza dubbio, si riflettono nella sterilità vocazionale o nella mancanza di perseveranza nel percorso intrapreso, per l’assenza di motivazioni profonde. Nessuno lascia tutto per essere un animatore sociale; nessuno consegna la propria vita a un’“opinione”; nessuno offre l’assoluto della sua vita a qualcosa di relativo, ma solo all’Assoluto di Dio. Quando questa dimensione teologica e religiosa non è evidente, chiara e viva nella missione, non ci saranno mai opzioni di radicalismo evangelico, che è un indice che l’evangelizzazione ha toccato l’anima di una comunità cristiana.

Una comunità cristiana che non genera vocazioni sacerdotali e religiose è una comunità affetta da qualche malattia spirituale. Possiamo ordinare i viri probati e altro, ma i problemi di fondo rimarranno: un’evangelizzazione senza Vangelo, un cristianesimo senza Cristo, una spiritualità senza lo Spirito Santo.

Logicamente, una visione orizzontale della cultura dominante, in cui Dio è assente, o ridotto ad alcuni concetti simbolici, culturali o morali, è impossibile che giunga ad apprezzare il fecondo valore spirituale e pastorale del celibato sacerdotale come dono prezioso di Dio e della totale e sublime disposizione di amore e di servizio alla Chiesa e all’umanità.

Le vocazioni sacerdotali autentiche ci saranno solo quando si stabilisce una relazione autentica, esigente, libera e personale con la persona di Cristo. Forse è molto semplicistico ma, a mio modo di vedere, il “nuovo cammino” per l’evangelizzazione dell’Amazzonia è la novità di Cristo.

Proposte per nuovi percorsi

Presento qui otto itinerari di crescita per nuovi cammini di evangelizzazione. In se stessi non hanno nulla di nuovo. Sono quelli di sempre, ma col desiderio che siano realmente plasmati di nuovo fervore.

1. Un’evangelizzazione integrale

È il primo e più importante. Così come parliamo di ecologia integrale, dobbiamo tenere presente l’evangelizzazione integrale. Dove in modo armonioso ed equilibrato siano presenti tutti gli aspetti pastorali della missione, dove tutto ha a che vedere con tutto: il kerigma (l’annuncio gioioso di Gesù Cristo), la catechesi (non come indottrinamento, ma come un paziente processo catecumenale che intreccia il vangelo con la vita e la cultura amazzonica); la diaconia (migliaia di servizi, quale espressione di una carità creativa e impegnata che nasce dalla fede); la koinonia (creazione di comunità fraterne attorno alla fede e alla Parola), la liturgia (una comunità che celebra con gioia la sua fede). Senza processi di evangelizzazione integrale, non solo non ci saranno vocazioni, ma non ci saranno cristiani, o almeno cattolici.

2. Un ricco catecumenato

L’esperienza in alcune parti del mondo e in Amazzonia ha dimostrato l’efficacia del catecumenato, come luogo di incarnazione della fede nella ricchezza del proprio patrimonio culturale. Altrimenti, se sacramentalizziamo soltanto e non evangelizziamo, la fede si trasforma in una vernice superficiale nella vita del credente, che non converte, non penetra, non trasforma l’esistenza. Un processo paziente, comunitario accompagnato dalla fede è un cammino di autentico rinnovamento. È un cammino lento, non rumoroso, ma fecondo e a lungo termine.

3. Una Chiesa creativamente ministeriale

Una Chiesa creativa nella promozione e nel protagonismo dei ministeri nelle comunità: ministeri radicati nell’impegno battesimale, per uomini, donne, giovani, per diverse circostanze e aree pastorali. Una comunità ricca e feconda di questi ministeri ordinati o laicali: diaconato permanente, lettori, annunciatori, ministri delle celebrazioni, narratori di storie, commentatori della Parola, esorcisti, ministri della speranza (funerali), catechisti, animatori giovanili, missionari/e, servi dei poveri ecc. Solo quando si vive questo dinamismo pastorale ed ecclesiale è possibile pensare ad ulteriori passi ministeriali, come lo studio di un’eventuale ordinazione sacerdotale di qualcuno dei suoi ministri.

4. Partecipazione politica organizzata

Avviene con l’impegno del laicato cattolico nelle politiche regionali e nazionali, in particolare per quanto riguarda i territori indigeni e la protezione dell’ambientale.

5. Piccole comunità cristiane

Tale proposta pastorale di gruppi o movimenti che, in un clima fraterno attorno alla Parola di Dio, offrono il calore e l’affetto della fraternità cristiana, che libera dall’anonimato delle periferie urbane e conserva, in molti, le dinamiche e le ricchezze delle comunità rurali di origine. Sono comunità di accompagnamento, di crescita nella fede alla luce della Parola e missionarie per la loro gioia di evangelizzare.

6. Una pastorale familiare

Questa deve saper che accompagnare, riunire formare nella fede, perché è dal grembo della famiglia che nascono i processi più efficaci di evangelizzazione.

7. Una pastorale giovanile

Essa deve essere ricca di proposte adattate ai diversi contesti (rurale, urbano, adolescenti, giovani, studenti, lavoratori, universitari, indigeni, afro, meticci, bianchi…), ma fortemente centrata nella vita del gruppo (associazionismo giovanile), nel volontariato e in itinerari graduali di formazione della fede. Si potrà avere una ricca pastorale vocazionale solo quando esiste una pastorale giovanile prospera e robusta.

8. Una decisa scommessa sulle vocazioni locali

Essa avviene credendo, confidando, accompagnando, formando, destinando ai giovani candidati le migliori risorse ecclesiali che si possiedono. Sono senza dubbio essi i più adatti a trovare i migliori cammini, quelli più autentici per dare alla Chiesa un volto amazzonico.

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